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Il male di un dio imperfetto

Ho sempre percepito la realtà come una scatola vuota da riempire con l’immaginazione, tentando di trasformare ogni singolo dettaglio del mondo in poesia e levigando la superficie delle cose per rendere tutto entusiasmante, sorprendente.

Nei miei deliri di onnipotenza ero un dio e la mia mente lo strumento necessario per dare nuova vita alle cose senza farle morire; conoscevo la morte, ma non la fine: tutto rinasceva e in ogni nuovo inizio c’era maggiore entusiasmo, sorpresa.

L’atto creativo procedeva, però, all’inverso: io non ero il necessario, bensì il contingente e tutto il mondo appariva ai miei occhi come ente imprescindibile. E la vita – quella degli altri – un punto fisso da osservare nei momenti in cui non esistevo.

In quanto dio, avevo come attributo l’eternità. Sebbene increato, ero un dio imperfetto poiché conoscevo il dubbio e l’insicurezza; tutto all’infuori di me era avvolto dalla magia della creazione ed io mi sentivo esclusa: avevo dato al mondo una vita che non mi apparteneva e che incatenava ogni mio gesto ad un’assoluta indeterminatezza.

La mia esistenza non era frutto di una scelta e per questo motivo dubitavo del suo valore.

Tutto in me era banale, scontato e tentavo disperatamente di cambiare, nel riflesso di un universo immobile che mi scrutava minaccioso. Mi dimenavo, tremavo, piangevo: come foglia in autunno, la mia vita era palpabile nel solo attimo della caduta.

Un giorno, però, un uomo in bianco si avvicinò e, incollando le sue pupille alle mie, mi disse: “Il tuo corpo si trasformerà in pietra”.

Alla vista del mio sguardo accigliato, l’uomo in bianco ebbe la premura di chiarire ogni dubbio e aggiunse: “Ciò che vive in te è destinato a perire con la stessa facilità con la quale le nuvole nascondono il sole a febbraio”.

Compresi di essere malata.

Come può un dio ammalarsi e, forse, morire, pur rimanendo, allo stesso tempo, dio eterno e increato? Come può avere fine ciò che non ha inizio?
Riflettei per secoli lunghi quanto secondi e ricercai delle ragioni plausibili, eppure l’insensatezza del tutto era come una macchia scura nel cielo limpido che il mio sguardo non riusciva ad evitare.  Se un dio, che è per definizione eterno, può ammalarsi – pensai – forse la sua natura non è realmente divina. Dubitai di me stessa, arrivando addirittura a considerare l’universo immobile come qualcosa che non avevo realmente creato, bensì immaginato di creare per attribuirmi meriti che non avevo. Oppure – e a quest’ipotesi giunsi soltanto in seguito – la mia natura era, sì, divina, ma in una maniera differente: ero un dio eterno, ma finito. Quest’ambivalenza era come un riscatto, dopo secoli di banalità.

Un dio imperfetto è quel che sono ancora oggi poiché continuo a creare nuovi mondi nell’attesa di trasformarmi in pietra. Il male, preannunciato dall’uomo in bianco, mi ha dato vita nuova.

Ora sono un dio creato.

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Come muore uno scrittore

“Il mio significato nel mondo è di scrivere qualcosa”

Così scriveva Cesare Pavese a Bianca Garufi, il 27 marzo del 1946.

Poche parole che dipingono con efficacia il volto di un uomo solo, Pavese, che vive con la sola compagnia della sua penna. E della sua pena.

Nella vita, ma soprattutto nella morte di Pavese, si racchiude la tragicità dell’essere uno scrittore.
La scrittura, infatti, non è libertà, né felicità, bensì prigionia, eterna reclusione in un carcere dalle mura invisibili; chi scrive è destinato a vivere non una, ma dieci, cento vite ed ognuna con i suoi drammi e le sue sconfitte dalle quali è impossibile fuggire.

Chi scrive è condannato a vedere oltre lo strato superficiale delle cose, ricercando la vita laddove tutto è morte.

Laddove tutto muore.

E quando la morte delle cose raggiunge anche lo scrittore, il filo di parole che lo lega alla vita si spezza ed il silenzio vince di mille secoli la poesia.

Così muore uno scrittore.

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Leoni e pecore

Conto fino a cento e, poi, vengo a cercarti – dicesti.

Io aspetto ancora.

So nascondermi bene, lo faccio spesso; sono brava nell’arte di schivare la vita al punto tale che a volte non so se si viva fuori oppure dentro il mio nascondiglio. In quelle circostanze tutto diventa relativo: il tempo scorre lentamente e non so più distinguere la vita dall’attesa. E attendere, si sa, è un po’ come morire.

Quando mi nascondo, riesco a guardarvi meglio e ad ammirare con sincerità la vostra capacità di farcela sempre o farcela a stento, ma comunque farcela. Siete coraggiosi, talvolta inconsapevolmente.

Io, invece, accarezzo con consapevolezza la mia codardia.

– Meglio vivere un giorno da leone che cento da pecora –

Ma se il leone non sapesse di essere tale ed agisse senza la minima coscienza di sé? Se il leone migliorasse una vita – la sua o quella di altri – di cui non conosce che la superficie? Il suo eroismo sarebbe genuino, indubbiamente, ma le fondamenta della sua vita non sarebbero salde quanto quelle di chi sa di essere una pecora e soffre perché costretta a belare.

Sarebbe comunque preferibile vivere un giorno nella fulgida gloria, col volto ottenebrato dall’ignoranza?

I leoni annuiscono, le pecore altrettanto.

– Ma non quelle che sanno – direte.

Ebbene, anche loro, nessuno escluso. Esse, infatti, rinuncerebbero volentieri alla consapevolezza che le contraddistingue, nella speranza che questa privazione comporti il non vedere il limite, ma non vi riescono.

So di essere codarda ed il pensiero è la mia condanna.

Ho sempre avuto paura del buio.

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Tutto quello che sono.

Io sono.

Sono quella che da bambina sognava di diventare una mondina.

Ed una televenditrice.

Ed una ginnasta da giardino (la trave era il muretto che circondava il prato).

Sono quella che teme la routine, ma anche il cambiamento.

Sono quella che sgrana gli occhi quando uno sconosciuto le rivolge la parola in un luogo pubblico.

Sono quella che controlla tre o quattro volte che il numero sia corretto, non appena chiama qualcuno al telefono.

Sono quella che scrive per ricordare, in quanto tende a dimenticare facilmente.

Sono quella che dimentichi facilmente.

Sono quella che potrebbe essere tutto, ma, poi, si ritrova ad essere niente.

Sono quella che è tante cose, ma mai abbastanza.

Il non essere abbastanza condiziona il mio modo di vedermi e trasforma la mia esistenza in una continua lotta tra carnefici e vittime: talvolta il mio orgoglio ferito colpisce il carnefice così profondamente da invertire le parti, trasformando la ragione in giustificazione e torto; non raramente, però, getto le armi  ed imploro, col capo chino, quasi a chieder perdono per tutto ciò che non sono stata in grado di meritare.

Tuttavia, questi meccanismi si attuano, quasi sempre, nel solo perimetro della mia mente. Alla complessità dei miei pensieri corrisponde una linearità di azioni, regolate dal solo principio del dare.

Ho sempre ripagato l’amore non ricevuto con un amore che fosse abbastanza grande per due; non credo, infatti, che sia ciò che ricevi a determinare chi sei, ma ciò che dai.

Dunque sono.

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La Geniaccia, la vita e l’aracnofobia.

Carissimo ***

Il vecchio Ivanov mi deve cento rubli, ma non ho ancora ricevuto notizie dal fronte.

Lo zio Aleksej, di ritorno dall’Europa, ha portato con sé della mussola per Anja e la mamma.

..

Va bene, va bene, la smetto.

Carissimi sedanini, perdonate la parentesi sovietica, ma stavo rileggendo “Le anime morte” di Gogol e mi sono particolarmente immedesimata. Amo la Russia.

Oggi non vorrei, però, soffermarmi sulle cose che amo, perché credo di essermi dilungata abbastanza a riguardo (vedi: qui), bensì su tutto ciò che odio e, nello specifico, ciò che odio semplicemente perché lo odio: i ragni.

Capii di soffrire di aracnofobia all’età di cinque anni.

Ero a casa di mia nonna, nelle Marche, assieme alla mia famiglia al completo.

Era una gelida sera d’inverno e si respirava aria di vacanza e di ferie prese per miracolo; i volti di ognuno ostentavano una fierezza smodata per celare la stanchezza e il disappunto, legati ad un viaggio d’andata eccessivamente lungo. Tutti si mostravano sereni, ma io avevo come l’impressione che qualcosa non andasse.

Non mi sbagliavo.

Sedevo su un divano in pelle ed osservavo la famigliola al completo che si apprestava a cenare (da bambina detestavo mangiare: ora ogni mia mansione è finalizzata all’ingerimento di sostanze alimentari) (me piace magna’), quando, ad un certo punto, il male si materializzò dinanzi ai miei occhi: in cima ai piatti di ceramica, posti nel ripiano intermedio della credenza, si poggiò un ragno gigante, dalle zampe lunghe e pelose.

Nella vita, l’orrore si manifesta in molteplici forme, ma nella  mia vita questo assume quasi sempre i connotati di un aracnide.

Faccia a faccia col nemico (sebbene non riuscissi a distinguere perfettamente il viso dal sedere) (i celeberrimi sederi degli aracnidi) (come si dice in questi casi? ritrovarsi faccia a culo?), compresi cosa avesse in serbo per me il destino e quale fosse la mia missione nel mondo: portare avanti una crociata contro i ragni.

Una piccola Geniaccia che sfida il vasto universo degli abominevoli Ottozampe: pazzesco!

La mia unica arma era il coraggio, indispensabile in ogni guerra che si rispetti; il solo coraggio, però, non poteva bastare per sconfiggere un esercito di simile portata, necessitavo di qualcosa di realmente potente: la paura.

Decisi di affrontare il nemico, stringendo tra le mani una paura che mi rendeva grande e che nobilitava ogni mio gesto; la paura, la stessa che piega i popoli, avrebbe ucciso me, se non avessi ucciso il ragno.

In fin dei conti, il mio era soltanto spirito di sopravvivenza.

Grazie all’aiuto di L., mio cugino, iniziai un duro allenamento (una roba che Pai Mei levate), arrivando ad elaborare un mio metodo di cattura infallibile:

1. Colpire il ragno con una scopa, facendolo cadere a terra

2. Immobilizzare il ragno con dell’acqua “paralizzante” (della semplice acqua)

3. Ferirlo ripetutamente con una pistola a pallini

Questo metodo, nonostante le numerose revisioni (l’assenza attuale di una pistola a pallini ed il ricorso al profumo di Belen), si è dimostrato efficace, salvo un episodio estremamente drammatico, che rappresenta la pagina nera della storia della mia vita.

Di cosa sto parlando? Ve lo spiego subito.

Erano le 5 pm (riporto l’ora in inglese, nel caso in cui qualche americano decida di fare della mia esperienza un film) (una di quelle americanate con finali scontati e personaggi stereotipati, nonché coatti) (pretendo che qualcuno dica “MAAAAN” a caso, nel film) quando lo vidi. Intenzionata a scendere le scale per fare merenda, passai per il corridoio, e, temendo di cadere e/o imbattermi negli spiriti malefici che vivono nel bagno, accesi la luce.

Nel momento in cui le mie dita sfiorarono l’interruttore, qualcosa toccò per un istante la mia mano; inizialmente pensai fosse polvere, ma, ad una successiva analisi, mi resi conto che fosse alquanto improbabile che questa potesse camminare, in assenza di correnti d’aria; pensai, dunque, ad un animale, o, meglio, ad un insetto e dei brividi percorsero la mia schiena, partendo dalla nuca ed arrivando al bacino, il quale tremò fortemente (nemmeno fossi una turista di mezza età alle prese con “Mueve la colita” in vacanza in Salento). Quale insetto? Cosa aveva appena messo a repentaglio la mia incolumità, superando confini invalicabili?

Un ragno.

Un ragno enorme.

Grande almeno cinque nauseabondi millimetri.

Ogni parte del mio corpo voleva morire: mi sarei uccisa, ma il nemico avrebbe marciato trionfante sul mio cadavere e non glielo avrei permesso. Sarei potuta scappare e far finta di non aver visto l’Ottozampe, ma non avrebbe avuto alcun senso: il ragno c’era e ci sarebbe stato in ogni caso; inoltre, se l’avessi lasciato libero, il mostro si sarebbe nascosto in qualche antro buio ed avrebbe aspettato il momento migliore per attaccarmi. Il solo pensiero mi terrorizzava.

No, non potevo far finta di nulla. Il male c’era e andava affrontato.

Mi feci forte: la vita, talvolta, lo richiede.

Scesi nell’arena, come un Russell Crowe senza muscoli (né fama, gloria, successo etc.) e combattei strenuamente, armata di mocio Vileda, un libro della collana “Le ragazzine” ed uno Swiffer.

Colpii il ragno con fermezza e precisione: anni ed anni di duro allenamento sul divano a guardare i Power Rangers, ma voi che ne volete sapere.

Colpii il ragno e questo cadde a terra esanime.

Iniziarono i festeggiamenti: selfie con ragno morto e rispettivi hashtag #ragno #morto #spideroftheday #girlwithspider #instaspider.

Ero in visibilio, non ero mai riuscita ad uccidere un ragno da sola, mi ha sempre intimorito l’ipotesi che sopravvivesse e si vendicasse, divorandomi. Ce l’avevo fatta, lo avevo annientato. Il male va affrontato a mani nude, o, come in questo caso, con mocio alla mano, perché quando la paura ci immobilizza, cessiamo di vivere.

Alla forza vitale di un comodino preferii il coraggio di un’azione.

Di lì a poco, però, avvenne qualcosa di sconvolgente: il ragno resuscitò dopo due minuti (e pensare che Cristo ci aveva impiegato tre giorni).

Cosa fare? Non ero pronta ad affrontare un ragno zombie. Giuro, maestà, era morto, lo era per davvero.

Evidentemente non era così.

Infatti, proprio quando ero sul punto di stappare lo spumante e brindare alla vita, ecco che il ragno tornò a muoversi ed io tornai a rabbrividire.

Nessuno sarebbe giunto in mio soccorso, nemmeno Rick Grimes (The Walking Dead): ero spacciata, zero speranze.

La morte mi aspettava a braccia aperte ed io ero pronta a raggiungerla.

Mi ricordai di un testamento che scrissi a quindici anni, quando credetti di dover morire a causa di una bambola di porcellana che di notte mi fissava: l’avrei riscritto e lasciato ai miei cari.

Numerosi dubbi mi assalirono: cosa scrivere nel testamento? Chi menzionare? Avrei dovuto inneggiare al coraggio dimostrato dalla sottoscritta nella battaglia contro il ragno oppure lasciar perdere la cosa con umiltà?

Poi, però, l’ulteriore svolta: l’Ottozampe aveva sconfitto la morte, ma avrebbe sconfitto me (ed il mio mocio)?

NO!

Come nel finale di Trainspotting, anch’io avevo scelto la vita e, di conseguenza, avevo scelto di combattere.

Divenni una donna d’azione e come una qualsiasi donna d’azione non dovevo pensare, dovevo agire.

Eye of the tiger, faccia in testa, Swiffer e mocio alla mano: Xena, fatti da parte.

Lo uccisi definitivamente, questa volta lo spirito di sopravvivenza non c’entrava nulla, io volevo vivere.

Paolo Brosio ha trovato la Madonna, io ho trovato me.

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Diario del ragno nel mio bagno – Giorno 1- Io, il diverso

Caro diario, oggi ho visto l’Assassina. Non so precisamente quale sia il suo nome, ma poco fa la suddetta stava colorando le sue palpebre con una sorta di polvere strana, potrei dire sbalorditiva e quando, accidentalmente, un po’ di questa sostanza colorata le è finita negli occhi, con veemenza ha affermato: “Sono proprio stupida!”.

Suppongo si chiami Stupida.

Da quando sono nato, Stupida fa parte della mia vita, ma il risentimento che nutro nei suoi confronti mi ha impedito di provare affezione e ristagna nel mio animo assieme all’abitudine. Abitudine delle sue abitudini, delle sue movenze, dei suoi gesti inconsapevoli, ma sempre uguali; abitudine dell’ordine che regola il suo microcosmo imperfetto. Non so se, una volta portata a termine la mia vendetta, io possa effettivamente separarmi da lei, ma so che ho l’obbligo morale di annientarla.

L’impresa non sarà difficile, Stupida, nonostante le tante arie che si dà, è un individuo estremamente elementare, nonché disgustoso: ogni qualvolta ne sente il bisogno, si siede sul bordo della Grande Cascata Blu e fa fuoriuscire, da quello che suppongo sia un orifizio, sostanze maleodoranti. E poi noi saremmo disgustosi!

Io proprio non capisco come possa l’uomo sentirsi tanto superiore, dal momento che ad ogni suo gesto corrispondono delle conseguenze nefaste, catastrofiche o, come in questo caso, nauseabonde.

So di uomini che uccidono altri uomini e di guerre che hanno ucciso popoli; la violenza umana si nutre di passioni e viene tutelata e braccata entro i limiti del concesso e del tollerabile: la civiltà. L’uomo si appella alla civiltà e ai relativi tabù per legittimare la violenza e diffonderla in piccole dosi alle masse, attraverso le fitte reti di comunicazioni e poi noi saremmo mostruosi.

La verità è che l’uomo crea capri espiatori per ovviare al dramma che lo perseguita sin dalle origini: l’essere l’essere peggiore, il vanto e la vergogna del pianeta. Il capro espiatorio è l’Altro. Il capro espiatorio di Stupida sono io, il diverso.

Non sono peggiore, sono semplicemente diverso e per questo sono da condannare, per questo sono destinato a morire.