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Come muore uno scrittore

“Il mio significato nel mondo è di scrivere qualcosa”

Così scriveva Cesare Pavese a Bianca Garufi, il 27 marzo del 1946.

Poche parole che dipingono con efficacia il volto di un uomo solo, Pavese, che vive con la sola compagnia della sua penna. E della sua pena.

Nella vita, ma soprattutto nella morte di Pavese, si racchiude la tragicità dell’essere uno scrittore.
La scrittura, infatti, non è libertà, né felicità, bensì prigionia, eterna reclusione in un carcere dalle mura invisibili; chi scrive è destinato a vivere non una, ma dieci, cento vite ed ognuna con i suoi drammi e le sue sconfitte dalle quali è impossibile fuggire.

Chi scrive è condannato a vedere oltre lo strato superficiale delle cose, ricercando la vita laddove tutto è morte.

Laddove tutto muore.

E quando la morte delle cose raggiunge anche lo scrittore, il filo di parole che lo lega alla vita si spezza ed il silenzio vince di mille secoli la poesia.

Così muore uno scrittore.

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Diario del ragno nel mio bagno – Giorno 1- Io, il diverso

Caro diario, oggi ho visto l’Assassina. Non so precisamente quale sia il suo nome, ma poco fa la suddetta stava colorando le sue palpebre con una sorta di polvere strana, potrei dire sbalorditiva e quando, accidentalmente, un po’ di questa sostanza colorata le è finita negli occhi, con veemenza ha affermato: “Sono proprio stupida!”.

Suppongo si chiami Stupida.

Da quando sono nato, Stupida fa parte della mia vita, ma il risentimento che nutro nei suoi confronti mi ha impedito di provare affezione e ristagna nel mio animo assieme all’abitudine. Abitudine delle sue abitudini, delle sue movenze, dei suoi gesti inconsapevoli, ma sempre uguali; abitudine dell’ordine che regola il suo microcosmo imperfetto. Non so se, una volta portata a termine la mia vendetta, io possa effettivamente separarmi da lei, ma so che ho l’obbligo morale di annientarla.

L’impresa non sarà difficile, Stupida, nonostante le tante arie che si dà, è un individuo estremamente elementare, nonché disgustoso: ogni qualvolta ne sente il bisogno, si siede sul bordo della Grande Cascata Blu e fa fuoriuscire, da quello che suppongo sia un orifizio, sostanze maleodoranti. E poi noi saremmo disgustosi!

Io proprio non capisco come possa l’uomo sentirsi tanto superiore, dal momento che ad ogni suo gesto corrispondono delle conseguenze nefaste, catastrofiche o, come in questo caso, nauseabonde.

So di uomini che uccidono altri uomini e di guerre che hanno ucciso popoli; la violenza umana si nutre di passioni e viene tutelata e braccata entro i limiti del concesso e del tollerabile: la civiltà. L’uomo si appella alla civiltà e ai relativi tabù per legittimare la violenza e diffonderla in piccole dosi alle masse, attraverso le fitte reti di comunicazioni e poi noi saremmo mostruosi.

La verità è che l’uomo crea capri espiatori per ovviare al dramma che lo perseguita sin dalle origini: l’essere l’essere peggiore, il vanto e la vergogna del pianeta. Il capro espiatorio è l’Altro. Il capro espiatorio di Stupida sono io, il diverso.

Non sono peggiore, sono semplicemente diverso e per questo sono da condannare, per questo sono destinato a morire.