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Come muore uno scrittore

“Il mio significato nel mondo è di scrivere qualcosa”

Così scriveva Cesare Pavese a Bianca Garufi, il 27 marzo del 1946.

Poche parole che dipingono con efficacia il volto di un uomo solo, Pavese, che vive con la sola compagnia della sua penna. E della sua pena.

Nella vita, ma soprattutto nella morte di Pavese, si racchiude la tragicità dell’essere uno scrittore.
La scrittura, infatti, non è libertà, né felicità, bensì prigionia, eterna reclusione in un carcere dalle mura invisibili; chi scrive è destinato a vivere non una, ma dieci, cento vite ed ognuna con i suoi drammi e le sue sconfitte dalle quali è impossibile fuggire.

Chi scrive è condannato a vedere oltre lo strato superficiale delle cose, ricercando la vita laddove tutto è morte.

Laddove tutto muore.

E quando la morte delle cose raggiunge anche lo scrittore, il filo di parole che lo lega alla vita si spezza ed il silenzio vince di mille secoli la poesia.

Così muore uno scrittore.

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Nuvole

Quando un groviglio di nuvole accarezza il cielo, la mia immaginazione inizia, fervida, a lavorare.

Osservo le fuggiasche nuvole, una ad una, ricercando un ordine nel loro perpetuo fondersi e disperdersi, ma il tempo è dalla loro parte, sempre, e a me non resta che vagheggiarle in punta di piedi, quasi a volerle afferrare.

Dalle forme sempre nuove, le nuvole sono come una donna o un notturno di Chopin: la loro essenza muta nell’attimo che segue la nostra percezione.

Con lo sguardo le rincorro incessantemente, focalizzando la mia attenzione al punto tale da annullare ciò che mi circonda: le auto, l’asfalto e i passanti si fanno da parte ed il mio corpo si eleva, quasi in estasi.

Un’aquila spicca il volo per, poi, trasformarsi in una mela e, ancora, in un gatto.

Qualora il cielo si tramutasse in un arido deserto, prenderei una torcia ed un megafono e mi addentrerei nei labirintici sentieri del mio Io per risvegliare il pascoliano fanciullino dormiente.

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La Geniaccia ed il Lessico Familiare

Certe conversazioni ti cambiano la vita.

La depressione è una bestia nera che si sconfigge a quattro mani.

Quattro, sei, otto.

Sono una persona solitaria, ma credo sia giunta l’ora di darci un taglio con la solitudine, con la totale chiusura nei confronti del mondo, degli Altri.

Questa sera, solo per voi, una Geniaccia dedita agli esistenzialismi.

Ripeto, certe conversazioni ti cambiano la vita e tutto quello che puoi fare, in determinate circostanze, è stare zitto e farti stravolgere dal peso delle parole.

Tutto sommato, Dio mi vuole bene.

Io non credo in Dio.

Dio mi vuole decisamente bene.

Ho comprato tre libri a €2.00 l’uno. Sono felice.

Dio salvi Cechov, Mary Shelley e Gogol.

Dio salvi mia madre, l’unica.

Dio salvi il lessico familiare.

Dio salvi se stesso.

P.S. Ecco i libri in questione. Questa è la mia personale felicità.