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La neve e i silenzi di Roma

Nacqui in inverno, alle ore diciotto di un lunedì di febbraio, in una città difficile come Roma.

Nel preciso istante in cui i miei occhi accolsero il mondo, quest’ultimo iniziò a giocare a nascondino, celando alcuni particolari che solo il tempo mi permise di scoprire: una donna di mezza età coprì lo spigolo del suo mento con una sciarpa di lana grigia; un ragazzo dai piedi grandi infilò nella tasca sinistra della giacca il fotogramma di un amore perduto chissà dove ed un migliaio di volti, riflessi nel finestrino del metrò, nascosero la nostalgia del focolare tra le pieghe sottili di uno sguardo accigliato.

Era un lunedì qualsiasi ed io piansi per la prima volta poiché detestai sin dal principio ciò che l’atto di nascere sempre comporta, ovvero l’intromissione forzata in un universo di cose già iniziate ed in attesa di finire. Quel senso di fine mi spaventò terribilmente, sebbene non fossi al corrente dei meccanismi che regolano il mondo: non conoscevo, infatti, la finitezza della vita, ma esclusivamente quella del vivere – un vivere prima di nascere, nell’armonia dell’isolamento e della sospensione -.

Avvertii la rottura, la fine dell’idillio e piansi.

O, almeno, questo è quello che mi piace credere.

Mi piace credere, inoltre, che quel lunedì di febbraio in cui accolsi il mondo per la prima volta la neve si adagiasse delicatamente sui tetti di Roma, smussando gli angoli dei palazzi di periferia e regalando ad ogni abitante un motivo per cui stupirsi. E, se è vero che lo stupore necessita del silenzio per risiedere nell’uomo, mi piace credere che in una città grande come Roma, quel lunedì di febbraio, si udisse soltanto il mio pianto disperato.

Il mondo silenzioso che accolsi nascendo si concedette, però, presto al calore del rumore e alla fiamma del frastuono ed i clacson, le risa e le parole alla rinfusa sciolsero la neve per sempre, mostrando l’asprezza delle cose.

Ed i silenzi che nacquero in seguito e che continuano a nascere sono un triste velo opaco; silenzi che non avvolgono lo stupore, bensì il vuoto e che non riescono a valicare il muro dell’indifferenza.

Ardua impresa è trovare una parola nel mare immenso di silenzi che non parlano.

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Il male di un dio imperfetto

Ho sempre percepito la realtà come una scatola vuota da riempire con l’immaginazione, tentando di trasformare ogni singolo dettaglio del mondo in poesia e levigando la superficie delle cose per rendere tutto entusiasmante, sorprendente.

Nei miei deliri di onnipotenza ero un dio e la mia mente lo strumento necessario per dare nuova vita alle cose senza farle morire; conoscevo la morte, ma non la fine: tutto rinasceva e in ogni nuovo inizio c’era maggiore entusiasmo, sorpresa.

L’atto creativo procedeva, però, all’inverso: io non ero il necessario, bensì il contingente e tutto il mondo appariva ai miei occhi come ente imprescindibile. E la vita – quella degli altri – un punto fisso da osservare nei momenti in cui non esistevo.

In quanto dio, avevo come attributo l’eternità. Sebbene increato, ero un dio imperfetto poiché conoscevo il dubbio e l’insicurezza; tutto all’infuori di me era avvolto dalla magia della creazione ed io mi sentivo esclusa: avevo dato al mondo una vita che non mi apparteneva e che incatenava ogni mio gesto ad un’assoluta indeterminatezza.

La mia esistenza non era frutto di una scelta e per questo motivo dubitavo del suo valore.

Tutto in me era banale, scontato e tentavo disperatamente di cambiare, nel riflesso di un universo immobile che mi scrutava minaccioso. Mi dimenavo, tremavo, piangevo: come foglia in autunno, la mia vita era palpabile nel solo attimo della caduta.

Un giorno, però, un uomo in bianco si avvicinò e, incollando le sue pupille alle mie, mi disse: “Il tuo corpo si trasformerà in pietra”.

Alla vista del mio sguardo accigliato, l’uomo in bianco ebbe la premura di chiarire ogni dubbio e aggiunse: “Ciò che vive in te è destinato a perire con la stessa facilità con la quale le nuvole nascondono il sole a febbraio”.

Compresi di essere malata.

Come può un dio ammalarsi e, forse, morire, pur rimanendo, allo stesso tempo, dio eterno e increato? Come può avere fine ciò che non ha inizio?
Riflettei per secoli lunghi quanto secondi e ricercai delle ragioni plausibili, eppure l’insensatezza del tutto era come una macchia scura nel cielo limpido che il mio sguardo non riusciva ad evitare.  Se un dio, che è per definizione eterno, può ammalarsi – pensai – forse la sua natura non è realmente divina. Dubitai di me stessa, arrivando addirittura a considerare l’universo immobile come qualcosa che non avevo realmente creato, bensì immaginato di creare per attribuirmi meriti che non avevo. Oppure – e a quest’ipotesi giunsi soltanto in seguito – la mia natura era, sì, divina, ma in una maniera differente: ero un dio eterno, ma finito. Quest’ambivalenza era come un riscatto, dopo secoli di banalità.

Un dio imperfetto è quel che sono ancora oggi poiché continuo a creare nuovi mondi nell’attesa di trasformarmi in pietra. Il male, preannunciato dall’uomo in bianco, mi ha dato vita nuova.

Ora sono un dio creato.

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Leoni e pecore

Conto fino a cento e, poi, vengo a cercarti – dicesti.

Io aspetto ancora.

So nascondermi bene, lo faccio spesso; sono brava nell’arte di schivare la vita al punto tale che a volte non so se si viva fuori oppure dentro il mio nascondiglio. In quelle circostanze tutto diventa relativo: il tempo scorre lentamente e non so più distinguere la vita dall’attesa. E attendere, si sa, è un po’ come morire.

Quando mi nascondo, riesco a guardarvi meglio e ad ammirare con sincerità la vostra capacità di farcela sempre o farcela a stento, ma comunque farcela. Siete coraggiosi, talvolta inconsapevolmente.

Io, invece, accarezzo con consapevolezza la mia codardia.

– Meglio vivere un giorno da leone che cento da pecora –

Ma se il leone non sapesse di essere tale ed agisse senza la minima coscienza di sé? Se il leone migliorasse una vita – la sua o quella di altri – di cui non conosce che la superficie? Il suo eroismo sarebbe genuino, indubbiamente, ma le fondamenta della sua vita non sarebbero salde quanto quelle di chi sa di essere una pecora e soffre perché costretta a belare.

Sarebbe comunque preferibile vivere un giorno nella fulgida gloria, col volto ottenebrato dall’ignoranza?

I leoni annuiscono, le pecore altrettanto.

– Ma non quelle che sanno – direte.

Ebbene, anche loro, nessuno escluso. Esse, infatti, rinuncerebbero volentieri alla consapevolezza che le contraddistingue, nella speranza che questa privazione comporti il non vedere il limite, ma non vi riescono.

So di essere codarda ed il pensiero è la mia condanna.

Ho sempre avuto paura del buio.

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Tutto quello che sono.

Io sono.

Sono quella che da bambina sognava di diventare una mondina.

Ed una televenditrice.

Ed una ginnasta da giardino (la trave era il muretto che circondava il prato).

Sono quella che teme la routine, ma anche il cambiamento.

Sono quella che sgrana gli occhi quando uno sconosciuto le rivolge la parola in un luogo pubblico.

Sono quella che controlla tre o quattro volte che il numero sia corretto, non appena chiama qualcuno al telefono.

Sono quella che scrive per ricordare, in quanto tende a dimenticare facilmente.

Sono quella che dimentichi facilmente.

Sono quella che potrebbe essere tutto, ma, poi, si ritrova ad essere niente.

Sono quella che è tante cose, ma mai abbastanza.

Il non essere abbastanza condiziona il mio modo di vedermi e trasforma la mia esistenza in una continua lotta tra carnefici e vittime: talvolta il mio orgoglio ferito colpisce il carnefice così profondamente da invertire le parti, trasformando la ragione in giustificazione e torto; non raramente, però, getto le armi  ed imploro, col capo chino, quasi a chieder perdono per tutto ciò che non sono stata in grado di meritare.

Tuttavia, questi meccanismi si attuano, quasi sempre, nel solo perimetro della mia mente. Alla complessità dei miei pensieri corrisponde una linearità di azioni, regolate dal solo principio del dare.

Ho sempre ripagato l’amore non ricevuto con un amore che fosse abbastanza grande per due; non credo, infatti, che sia ciò che ricevi a determinare chi sei, ma ciò che dai.

Dunque sono.

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Brevi ritratti notturni

 È quasi mezzanotte.

Mentre osservo la strada, dal balcone, la luce fioca dei lampioni disegna la sagoma di un passante; i capelli, ingialliti, strisciano come bisce sul suo volto, nel vano tentativo di nascondere alcuni pensieri maldestri e le mani, segnate dal tempo e dalla fatica, improvvisano un valzer con una bottiglia di vino. Non tutti accettano una brutta giornata.

Dopo qualche minuto, una donna dai capelli raccolti porta al guinzaglio un cane grigio di piccola taglia, che, dopo qualche istante, osserva con i suoi occhi vispi alcuni gatti randagi. In uno stato di allerta generale, il cane circuisce con lo sguardo i gatti, mentre questi ultimi circuiscono con lo sguardo il cane e la donna, la quale, a sua volta, si guarda le spalle, affinché non venga circuita. Il cane abbaia in maniera decisa e tutti tremano.

Poco dopo, un ragazzo parcheggia la sua automobile qualche metro più in là e fa scendere, con impeto, una giovane donna in lacrime. La macchina sfreccia, la ragazza si volta, l’asfalto si scioglie e la inghiotte.

Talvolta sento il bisogno di perdermi nella vita. Il cielo può essere incredibilmente piccolo.

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La cosa più difficile

Ehm, ehm. 

Mi schiarisco la voce perché quello che intendo dire necessita di essere espresso con forza e chiarezza. Probabilmente inizierò a gridare: lo faccio sempre quando voglio far crollare il muro di convinzioni che separa qualcuno dalle mie ragioni.

Il muro da abbattere oggi è stato innalzato da me.

Ho innalzato un muro fatto di frivolezze e speranzosi tentativi di rendere la mia vita un romanzo di Danielle Steel, col solo risultato di aver drammaticamente perso il senno e molto tempo.

Mi è piaciuto credere di aver trasformato la mia vita monotona in qualcosa di nuovo, ma l’amara verità è che l’inverno dei miei giorni non è stato che il triste preambolo di una primavera dai frutti marci; frutti che ho colto, noncurante del verme che nascondevano, perché ricercavo il lato positivo.

Una simile ricerca non può essere per nessuno un motivo di biasimo e, di fatto, non lo è neanche per me; ciò che mi spinge ad addossarmi colpe è l’aver creduto che l’altra faccia della solitudine fosse la compagnia di qualcuno e non quella di me stessa.

Ero circondata da completi sconosciuti, che gonfiavano sentimenti spiccioli come fossero palloncini all’elio, perfettamente consci della ridicolezza delle loro voci, mentre io dissimulavo un malessere palese, volendo con insistenza vivere una vita da romanzo di Danielle Steel, sempre lei.

Però, con l’aumentare delle speranze e delle volte in cui sbloccavo la schermata del telefono, in attesa di un messaggio in arrivo nel duemila e mai, ho visto avanzare l’immagine nitida della mia vita per come è realmente e non per come vorrei che fosse ed ho deciso di darci un taglio.

Devo imparare a fare a meno di chi può fare a meno di me, ma non è semplice come tagliare i capelli (cosa che ho fatto, tra l’altro): ci sono innumerevoli fattori che mi frenano dal porre fine a certi rapporti a senso unico, ma la verità è che è tremendamente difficile andarsene quando le persone dalle quali vorremmo scappare non noterebbero la nostra assenza.

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Una Geniaccia sul Divano – Ode alla pigrizia e alla misantropia

La pigrizia mi impedisce di fare molte cose – la mia vescica lo sa bene – ma, in compenso, mi ha permesso di far chiarezza su ciò che realmente amo, portandomi a rivalutare le mie priorità.

Ora so che in cima alla lista delle cose che amo c’è il divano.

Provo una grande attrazione anche per il letto.

Le poltrone, no, ci si sente soli.

Non so se sia disposta a condividere il divano con qualcuno, ma mi piace avere l’impressione di poterlo fare quando voglio, di poter cedere parte del mio spazio da un momento all’altro.

Osservare gli spazi vuoti sul divano riempirsi e dar vita ad un ozio condiviso.

Quando gli spazi non si riempiono, la solitudine si fa strada, spesso in veste di conseguenza.

Ho sempre voluto innanzitutto essere libera. Libera di allontanare il mondo e delineare i confini: ciò che è mio, ciò che è tuo.

Il divano è mio, ora andatevene.