12

Il male di un dio imperfetto

Ho sempre percepito la realtà come una scatola vuota da riempire con l’immaginazione, tentando di trasformare ogni singolo dettaglio del mondo in poesia e levigando la superficie delle cose per rendere tutto entusiasmante, sorprendente.

Nei miei deliri di onnipotenza ero un dio e la mia mente lo strumento necessario per dare nuova vita alle cose senza farle morire; conoscevo la morte, ma non la fine: tutto rinasceva e in ogni nuovo inizio c’era maggiore entusiasmo, sorpresa.

L’atto creativo procedeva, però, all’inverso: io non ero il necessario, bensì il contingente e tutto il mondo appariva ai miei occhi come ente imprescindibile. E la vita – quella degli altri – un punto fisso da osservare nei momenti in cui non esistevo.

In quanto dio, avevo come attributo l’eternità. Sebbene increato, ero un dio imperfetto poiché conoscevo il dubbio e l’insicurezza; tutto all’infuori di me era avvolto dalla magia della creazione ed io mi sentivo esclusa: avevo dato al mondo una vita che non mi apparteneva e che incatenava ogni mio gesto ad un’assoluta indeterminatezza.

La mia esistenza non era frutto di una scelta e per questo motivo dubitavo del suo valore.

Tutto in me era banale, scontato e tentavo disperatamente di cambiare, nel riflesso di un universo immobile che mi scrutava minaccioso. Mi dimenavo, tremavo, piangevo: come foglia in autunno, la mia vita era palpabile nel solo attimo della caduta.

Un giorno, però, un uomo in bianco si avvicinò e, incollando le sue pupille alle mie, mi disse: “Il tuo corpo si trasformerà in pietra”.

Alla vista del mio sguardo accigliato, l’uomo in bianco ebbe la premura di chiarire ogni dubbio e aggiunse: “Ciò che vive in te è destinato a perire con la stessa facilità con la quale le nuvole nascondono il sole a febbraio”.

Compresi di essere malata.

Come può un dio ammalarsi e, forse, morire, pur rimanendo, allo stesso tempo, dio eterno e increato? Come può avere fine ciò che non ha inizio?
Riflettei per secoli lunghi quanto secondi e ricercai delle ragioni plausibili, eppure l’insensatezza del tutto era come una macchia scura nel cielo limpido che il mio sguardo non riusciva ad evitare.  Se un dio, che è per definizione eterno, può ammalarsi – pensai – forse la sua natura non è realmente divina. Dubitai di me stessa, arrivando addirittura a considerare l’universo immobile come qualcosa che non avevo realmente creato, bensì immaginato di creare per attribuirmi meriti che non avevo. Oppure – e a quest’ipotesi giunsi soltanto in seguito – la mia natura era, sì, divina, ma in una maniera differente: ero un dio eterno, ma finito. Quest’ambivalenza era come un riscatto, dopo secoli di banalità.

Un dio imperfetto è quel che sono ancora oggi poiché continuo a creare nuovi mondi nell’attesa di trasformarmi in pietra. Il male, preannunciato dall’uomo in bianco, mi ha dato vita nuova.

Ora sono un dio creato.

Annunci
25

La Geniaccia ed Il Cattolicesimo

Qualcuno vuole ch’io diventi cattolica.

Qualche giorno fa, un po’ per scherzo, un po’ per convinzione, ho esclamato: “Un giorno diventerò credente, me lo sento”. Non chiedetemi perché, è soltanto una sensazione, sta di fatto che, dopo aver pronunciato tali parole, sono accadute cose strane, cose molto strane, cose così strane che se ci fosse la cosa più strana del mondo sarebbe di certo una cosa tra le cose strane che mi sono stranamente accadute. Che strano, eh?!

Prima cosa strana: sono in treno (come al solito, aggiungo) (dura la vita da pendolare), quando, subito dopo aver pronunciato le suddette parole legate ad una mia futura conversione, spunta un signore dal volto anonimo, simile ad un attore scarso qualsiasi di Un Posto Al Sole o ad un ferramenta di Pescasseroli, che mi porge un opuscolo con scritto: “Vale la pena!”. I caratteri insignificanti e l’immagine in prima pagina (un paesaggio simile alle colline di Windows) rendevano il tutto estremamente ambiguo, ma, completamente annoiata, inizio a leggerlo.

Era un opuscolo cattolico che incitava la massa ad abbracciare il cattolicesimo, perché, appunto, ne vale la pena, attraverso frasi incisive, ma allo stesso tempo opinabili, circa la salvezza eterna, la pace nel mondo e, sì, insomma, quelle cose lì.

Seconda cosa strana: mi arriva un messaggio con su scritto che se non avessi inoltrato il medesimo a dieci persone, avrei negato il Signore e quest’ultimo avrebbe, pertanto, negato me. Ah, con tanto di preghiera incorporata, per rendere il tutto più credibile.

Ora, io non voglio aprire un dibattito sulle confessioni religiose ed i rispettivi precetti, principi o quant’altro, lungi da me! La cosa che mi turba e che mi spinge a scrivere un post a riguardo è fondamentalmente la seguente: per caso dico che, prima o poi, mi sarei avvicinata alla religione (senza specificare quale) e subito qualcuno lassù si sente in diritto di inviarmi segnali inequivocabili.

Lancio, quindi, un appello al Dio dei sedanini, che dall’alto mi osserva e si diverte a lanciarmi messaggi subliminali: carissimo, mi sento violata, smettila di spiarmi o ti denuncio per stalking. Uno non è nemmeno più libero di dire una cosa, oh.

Inoltre, spero vivamente che la comunità cattolica, evidentemente in crisi dopo gli scandali ecclesiastici, sappia che non è sufficiente ricorrere ad un opuscolo privo di significato per avvicinare la gente alla preghiera: serve ben altro, magari un po’ di coerenza e ammodernamento, che non fa mai male.