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#1 filo fiume mare

Non vorrei scrivere oggi, davvero no. Però, scrivo perché devo e devo perché non voglio dimenticare quello che ho da dire. Penso e, poi, scrivo e, quando penso, lo faccio distrattamente, dimenticandomi improvvisamente i miei pensieri ed iniziando a pensare ad altro. E la mente si libera e si riempie sempre ed io non riesco a trattenere nulla.
Quindi, scrivo, prima che scompaia tutto e con quel tutto fatto di idee, ricordi, parole non dette scompaia anch’io. Se scomparissi, sarebbe un bel problema. Chi scriverebbe? Io non di certo. E forse sarebbe meglio così, meglio restare in silenzio e non dirsi nulla. E non sentirsi in dovere di dire sempre qualcosa, rischiando di naufragare in un mare di parole poco sincere. Sarebbe meglio tacere, è vero, ma poi non esisterei più. Ed io vorrei tanto continuare ad esistere. A me la vita piace, anche se è difficile. Quindi voglio esserci, se non altro per vedere dove mi porta questo fiume di parole che prima era un mare ma poco importa. Non vorrei mi portasse troppo lontano perché, poi, non saprei come tornare indietro, seguendo il filo di parole che prima era un fiume e prima ancora un mare ma poco importa. Un filo, un fiume ed un mare. Ed io?

Mi sono persa, scusate.

 

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Spazio mentale

Forse il mio più grande errore è stato cercare un spazio per me nella fisicità delle cose del mondo e, non trovandolo, dare per certa la sua assenza.

Eppure uno spazio per me c’è ed è invisibile ad occhio nudo, ma presente in una geografia mentale che non conosce confini.

Il mio è uno spazio in perpetuo divenire in cui l’unica realizzazione dell’Io individuale risiede nel fallimento di ogni intento.

Uno spazio per me c’è ed è invisibile, ma presente in una geografia mentale che non conosce distanze e, soprattutto, differenze. Uno spazio in cui l’Io è un Noi senza rinunce.

Uno spazio per me c’è ed è lì che ho trovato la felicità.

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La neve e i silenzi di Roma

Nacqui in inverno, alle ore diciotto di un lunedì di febbraio, in una città difficile come Roma.

Nel preciso istante in cui i miei occhi accolsero il mondo, quest’ultimo iniziò a giocare a nascondino, celando alcuni particolari che solo il tempo mi permise di scoprire: una donna di mezza età coprì lo spigolo del suo mento con una sciarpa di lana grigia; un ragazzo dai piedi grandi infilò nella tasca sinistra della giacca il fotogramma di un amore perduto chissà dove ed un migliaio di volti, riflessi nel finestrino del metrò, nascosero la nostalgia del focolare tra le pieghe sottili di uno sguardo accigliato.

Era un lunedì qualsiasi ed io piansi per la prima volta poiché detestai sin dal principio ciò che l’atto di nascere sempre comporta, ovvero l’intromissione forzata in un universo di cose già iniziate ed in attesa di finire. Quel senso di fine mi spaventò terribilmente, sebbene non fossi al corrente dei meccanismi che regolano il mondo: non conoscevo, infatti, la finitezza della vita, ma esclusivamente quella del vivere – un vivere prima di nascere, nell’armonia dell’isolamento e della sospensione -.

Avvertii la rottura, la fine dell’idillio e piansi.

O, almeno, questo è quello che mi piace credere.

Mi piace credere, inoltre, che quel lunedì di febbraio in cui accolsi il mondo per la prima volta la neve si adagiasse delicatamente sui tetti di Roma, smussando gli angoli dei palazzi di periferia e regalando ad ogni abitante un motivo per cui stupirsi. E, se è vero che lo stupore necessita del silenzio per risiedere nell’uomo, mi piace credere che in una città grande come Roma, quel lunedì di febbraio, si udisse soltanto il mio pianto disperato.

Il mondo silenzioso che accolsi nascendo si concedette, però, presto al calore del rumore e alla fiamma del frastuono ed i clacson, le risa e le parole alla rinfusa sciolsero la neve per sempre, mostrando l’asprezza delle cose.

Ed i silenzi che nacquero in seguito e che continuano a nascere sono un triste velo opaco; silenzi che non avvolgono lo stupore, bensì il vuoto e che non riescono a valicare il muro dell’indifferenza.

Ardua impresa è trovare una parola nel mare immenso di silenzi che non parlano.

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L’artista e la menzogna

Ritengo che nell’atto creativo sia racchiusa la menzogna.

La genesi di un’opera prevede la fusione della finzione con la realtà: l’Io sincero dell’artista s’introduce in un mondo che esiste nella sola dimensione dell’ipotesi. La congiunzione di ciò che è e di ciò che potrebbe essere ha come esito una realtà nuova, ma ingannevole. Perché nei quadri che ammiriamo o nei romanzi che leggiamo la verità dell’artista non è che una luce fioca e lontana che a stento scorgiamo e che si mescola irrimediabilmente con le mille luci di una città inventata.

Ed il confine tra ciò che è e ciò che potrebbe essere, ma non è, diventa labile.

Se, in seguito ad un’attenta analisi, riuscissimo a cogliere il riflesso autentico dell’Io dell’artista, saremmo certi di non avere tra le mani una verità “creata”, puro artificio? Se quell’Io che crediamo di aver afferrato non fosse altro che l’ennesimo inganno dell’artista?

Come possiamo fidarci di un bugiardo?

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Il male di un dio imperfetto

Ho sempre percepito la realtà come una scatola vuota da riempire con l’immaginazione, tentando di trasformare ogni singolo dettaglio del mondo in poesia e levigando la superficie delle cose per rendere tutto entusiasmante, sorprendente.

Nei miei deliri di onnipotenza ero un dio e la mia mente lo strumento necessario per dare nuova vita alle cose senza farle morire; conoscevo la morte, ma non la fine: tutto rinasceva e in ogni nuovo inizio c’era maggiore entusiasmo, sorpresa.

L’atto creativo procedeva, però, all’inverso: io non ero il necessario, bensì il contingente e tutto il mondo appariva ai miei occhi come ente imprescindibile. E la vita – quella degli altri – un punto fisso da osservare nei momenti in cui non esistevo.

In quanto dio, avevo come attributo l’eternità. Sebbene increato, ero un dio imperfetto poiché conoscevo il dubbio e l’insicurezza; tutto all’infuori di me era avvolto dalla magia della creazione ed io mi sentivo esclusa: avevo dato al mondo una vita che non mi apparteneva e che incatenava ogni mio gesto ad un’assoluta indeterminatezza.

La mia esistenza non era frutto di una scelta e per questo motivo dubitavo del suo valore.

Tutto in me era banale, scontato e tentavo disperatamente di cambiare, nel riflesso di un universo immobile che mi scrutava minaccioso. Mi dimenavo, tremavo, piangevo: come foglia in autunno, la mia vita era palpabile nel solo attimo della caduta.

Un giorno, però, un uomo in bianco si avvicinò e, incollando le sue pupille alle mie, mi disse: “Il tuo corpo si trasformerà in pietra”.

Alla vista del mio sguardo accigliato, l’uomo in bianco ebbe la premura di chiarire ogni dubbio e aggiunse: “Ciò che vive in te è destinato a perire con la stessa facilità con la quale le nuvole nascondono il sole a febbraio”.

Compresi di essere malata.

Come può un dio ammalarsi e, forse, morire, pur rimanendo, allo stesso tempo, dio eterno e increato? Come può avere fine ciò che non ha inizio?
Riflettei per secoli lunghi quanto secondi e ricercai delle ragioni plausibili, eppure l’insensatezza del tutto era come una macchia scura nel cielo limpido che il mio sguardo non riusciva ad evitare.  Se un dio, che è per definizione eterno, può ammalarsi – pensai – forse la sua natura non è realmente divina. Dubitai di me stessa, arrivando addirittura a considerare l’universo immobile come qualcosa che non avevo realmente creato, bensì immaginato di creare per attribuirmi meriti che non avevo. Oppure – e a quest’ipotesi giunsi soltanto in seguito – la mia natura era, sì, divina, ma in una maniera differente: ero un dio eterno, ma finito. Quest’ambivalenza era come un riscatto, dopo secoli di banalità.

Un dio imperfetto è quel che sono ancora oggi poiché continuo a creare nuovi mondi nell’attesa di trasformarmi in pietra. Il male, preannunciato dall’uomo in bianco, mi ha dato vita nuova.

Ora sono un dio creato.

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Come muore uno scrittore

“Il mio significato nel mondo è di scrivere qualcosa”

Così scriveva Cesare Pavese a Bianca Garufi, il 27 marzo del 1946.

Poche parole che dipingono con efficacia il volto di un uomo solo, Pavese, che vive con la sola compagnia della sua penna. E della sua pena.

Nella vita, ma soprattutto nella morte di Pavese, si racchiude la tragicità dell’essere uno scrittore.
La scrittura, infatti, non è libertà, né felicità, bensì prigionia, eterna reclusione in un carcere dalle mura invisibili; chi scrive è destinato a vivere non una, ma dieci, cento vite ed ognuna con i suoi drammi e le sue sconfitte dalle quali è impossibile fuggire.

Chi scrive è condannato a vedere oltre lo strato superficiale delle cose, ricercando la vita laddove tutto è morte.

Laddove tutto muore.

E quando la morte delle cose raggiunge anche lo scrittore, il filo di parole che lo lega alla vita si spezza ed il silenzio vince di mille secoli la poesia.

Così muore uno scrittore.

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Leoni e pecore

Conto fino a cento e, poi, vengo a cercarti – dicesti.

Io aspetto ancora.

So nascondermi bene, lo faccio spesso; sono brava nell’arte di schivare la vita al punto tale che a volte non so se si viva fuori oppure dentro il mio nascondiglio. In quelle circostanze tutto diventa relativo: il tempo scorre lentamente e non so più distinguere la vita dall’attesa. E attendere, si sa, è un po’ come morire.

Quando mi nascondo, riesco a guardarvi meglio e ad ammirare con sincerità la vostra capacità di farcela sempre o farcela a stento, ma comunque farcela. Siete coraggiosi, talvolta inconsapevolmente.

Io, invece, accarezzo con consapevolezza la mia codardia.

– Meglio vivere un giorno da leone che cento da pecora –

Ma se il leone non sapesse di essere tale ed agisse senza la minima coscienza di sé? Se il leone migliorasse una vita – la sua o quella di altri – di cui non conosce che la superficie? Il suo eroismo sarebbe genuino, indubbiamente, ma le fondamenta della sua vita non sarebbero salde quanto quelle di chi sa di essere una pecora e soffre perché costretta a belare.

Sarebbe comunque preferibile vivere un giorno nella fulgida gloria, col volto ottenebrato dall’ignoranza?

I leoni annuiscono, le pecore altrettanto.

– Ma non quelle che sanno – direte.

Ebbene, anche loro, nessuno escluso. Esse, infatti, rinuncerebbero volentieri alla consapevolezza che le contraddistingue, nella speranza che questa privazione comporti il non vedere il limite, ma non vi riescono.

So di essere codarda ed il pensiero è la mia condanna.

Ho sempre avuto paura del buio.