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Leoni e pecore

Conto fino a cento e, poi, vengo a cercarti – dicesti.

Io aspetto ancora.

So nascondermi bene, lo faccio spesso; sono brava nell’arte di schivare la vita al punto tale che a volte non so se si viva fuori oppure dentro il mio nascondiglio. In quelle circostanze tutto diventa relativo: il tempo scorre lentamente e non so più distinguere la vita dall’attesa. E attendere, si sa, è un po’ come morire.

Quando mi nascondo, riesco a guardarvi meglio e ad ammirare con sincerità la vostra capacità di farcela sempre o farcela a stento, ma comunque farcela. Siete coraggiosi, talvolta inconsapevolmente.

Io, invece, accarezzo con consapevolezza la mia codardia.

– Meglio vivere un giorno da leone che cento da pecora –

Ma se il leone non sapesse di essere tale ed agisse senza la minima coscienza di sé? Se il leone migliorasse una vita – la sua o quella di altri – di cui non conosce che la superficie? Il suo eroismo sarebbe genuino, indubbiamente, ma le fondamenta della sua vita non sarebbero salde quanto quelle di chi sa di essere una pecora e soffre perché costretta a belare.

Sarebbe comunque preferibile vivere un giorno nella fulgida gloria, col volto ottenebrato dall’ignoranza?

I leoni annuiscono, le pecore altrettanto.

– Ma non quelle che sanno – direte.

Ebbene, anche loro, nessuno escluso. Esse, infatti, rinuncerebbero volentieri alla consapevolezza che le contraddistingue, nella speranza che questa privazione comporti il non vedere il limite, ma non vi riescono.

So di essere codarda ed il pensiero è la mia condanna.

Ho sempre avuto paura del buio.

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Tutto quello che sono.

Io sono.

Sono quella che da bambina sognava di diventare una mondina.

Ed una televenditrice.

Ed una ginnasta da giardino (la trave era il muretto che circondava il prato).

Sono quella che teme la routine, ma anche il cambiamento.

Sono quella che sgrana gli occhi quando uno sconosciuto le rivolge la parola in un luogo pubblico.

Sono quella che controlla tre o quattro volte che il numero sia corretto, non appena chiama qualcuno al telefono.

Sono quella che scrive per ricordare, in quanto tende a dimenticare facilmente.

Sono quella che dimentichi facilmente.

Sono quella che potrebbe essere tutto, ma, poi, si ritrova ad essere niente.

Sono quella che è tante cose, ma mai abbastanza.

Il non essere abbastanza condiziona il mio modo di vedermi e trasforma la mia esistenza in una continua lotta tra carnefici e vittime: talvolta il mio orgoglio ferito colpisce il carnefice così profondamente da invertire le parti, trasformando la ragione in giustificazione e torto; non raramente, però, getto le armi  ed imploro, col capo chino, quasi a chieder perdono per tutto ciò che non sono stata in grado di meritare.

Tuttavia, questi meccanismi si attuano, quasi sempre, nel solo perimetro della mia mente. Alla complessità dei miei pensieri corrisponde una linearità di azioni, regolate dal solo principio del dare.

Ho sempre ripagato l’amore non ricevuto con un amore che fosse abbastanza grande per due; non credo, infatti, che sia ciò che ricevi a determinare chi sei, ma ciò che dai.

Dunque sono.

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Brevi ritratti notturni

 È quasi mezzanotte.

Mentre osservo la strada, dal balcone, la luce fioca dei lampioni disegna la sagoma di un passante; i capelli, ingialliti, strisciano come bisce sul suo volto, nel vano tentativo di nascondere alcuni pensieri maldestri e le mani, segnate dal tempo e dalla fatica, improvvisano un valzer con una bottiglia di vino. Non tutti accettano una brutta giornata.

Dopo qualche minuto, una donna dai capelli raccolti porta al guinzaglio un cane grigio di piccola taglia, che, dopo qualche istante, osserva con i suoi occhi vispi alcuni gatti randagi. In uno stato di allerta generale, il cane circuisce con lo sguardo i gatti, mentre questi ultimi circuiscono con lo sguardo il cane e la donna, la quale, a sua volta, si guarda le spalle, affinché non venga circuita. Il cane abbaia in maniera decisa e tutti tremano.

Poco dopo, un ragazzo parcheggia la sua automobile qualche metro più in là e fa scendere, con impeto, una giovane donna in lacrime. La macchina sfreccia, la ragazza si volta, l’asfalto si scioglie e la inghiotte.

Talvolta sento il bisogno di perdermi nella vita. Il cielo può essere incredibilmente piccolo.

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La cosa più difficile

Ehm, ehm. 

Mi schiarisco la voce perché quello che intendo dire necessita di essere espresso con forza e chiarezza. Probabilmente inizierò a gridare: lo faccio sempre quando voglio far crollare il muro di convinzioni che separa qualcuno dalle mie ragioni.

Il muro da abbattere oggi è stato innalzato da me.

Ho innalzato un muro fatto di frivolezze e speranzosi tentativi di rendere la mia vita un romanzo di Danielle Steel, col solo risultato di aver drammaticamente perso il senno e molto tempo.

Mi è piaciuto credere di aver trasformato la mia vita monotona in qualcosa di nuovo, ma l’amara verità è che l’inverno dei miei giorni non è stato che il triste preambolo di una primavera dai frutti marci; frutti che ho colto, noncurante del verme che nascondevano, perché ricercavo il lato positivo.

Una simile ricerca non può essere per nessuno un motivo di biasimo e, di fatto, non lo è neanche per me; ciò che mi spinge ad addossarmi colpe è l’aver creduto che l’altra faccia della solitudine fosse la compagnia di qualcuno e non quella di me stessa.

Ero circondata da completi sconosciuti, che gonfiavano sentimenti spiccioli come fossero palloncini all’elio, perfettamente consci della ridicolezza delle loro voci, mentre io dissimulavo un malessere palese, volendo con insistenza vivere una vita da romanzo di Danielle Steel, sempre lei.

Però, con l’aumentare delle speranze e delle volte in cui sbloccavo la schermata del telefono, in attesa di un messaggio in arrivo nel duemila e mai, ho visto avanzare l’immagine nitida della mia vita per come è realmente e non per come vorrei che fosse ed ho deciso di darci un taglio.

Devo imparare a fare a meno di chi può fare a meno di me, ma non è semplice come tagliare i capelli (cosa che ho fatto, tra l’altro): ci sono innumerevoli fattori che mi frenano dal porre fine a certi rapporti a senso unico, ma la verità è che è tremendamente difficile andarsene quando le persone dalle quali vorremmo scappare non noterebbero la nostra assenza.

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Una Geniaccia sul Divano – Ode alla pigrizia e alla misantropia

La pigrizia mi impedisce di fare molte cose – la mia vescica lo sa bene – ma, in compenso, mi ha permesso di far chiarezza su ciò che realmente amo, portandomi a rivalutare le mie priorità.

Ora so che in cima alla lista delle cose che amo c’è il divano.

Provo una grande attrazione anche per il letto.

Le poltrone, no, ci si sente soli.

Non so se sia disposta a condividere il divano con qualcuno, ma mi piace avere l’impressione di poterlo fare quando voglio, di poter cedere parte del mio spazio da un momento all’altro.

Osservare gli spazi vuoti sul divano riempirsi e dar vita ad un ozio condiviso.

Quando gli spazi non si riempiono, la solitudine si fa strada, spesso in veste di conseguenza.

Ho sempre voluto innanzitutto essere libera. Libera di allontanare il mondo e delineare i confini: ciò che è mio, ciò che è tuo.

Il divano è mio, ora andatevene. 

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Terra-Luna e la Bellezza Ritrovata

La destinazione reale di un viaggio muta nell’animo del viaggiatore, di attimo in attimo, come luce riflessa sulle onde, perché è il frutto dell’intenzione di completare un mosaico le cui tessere si mescolano ininterrottamente.

La destinazione reale di un viaggio è la risposta cangiante ad un interrogativo incompreso.

La destinazione reale del mio viaggio era, in quel momento, la luna.

Prima di partire, ho potuto scorgere le certezze scivolare via, una ad una, tra le mie dita sottili, senza riuscire ad arrestare la caduta, la mia. Una morte preannunciata, lenta.

Un salto nel vuoto con palmi distesi e i miei occhi, socchiusi, ormai piccole fessure, filtravano una vita che mi cedeva il posto e, che, rapida, fuggiva via.

L’aria era un oceano nel quale stavo sprofondando, senza la benché minima voglia di tornare a galla e respirare.

Il nulla mi avvolgeva e non sentivo, non provavo e non desideravo nulla che si allontanasse dal nulla.

Poi, avvenne qualcosa e tutto cambiò.

Improvvisamente vidi il fondo ed il limite che rappresentava ed iniziai a desiderare.

Improvvisamente ebbi paura.

Improvvisamente volli.

Capii che il nulla che mi cullava durante la caduta non era la morte, ma il suo preludio: la morte, come ebbi modo di capire, era quel fondo liscio che mi avrebbe impedito, di lì a poco, di decadere liberamente.

Liberamente.

Nel punto di non ritorno non c’è libertà né scelta: non si cade, ma si resta immobili.

Non ero pronta a tutto questo, dunque, iniziai a risalire dal fondo di quell’oceano che, prima, mi aveva ingerita. Volevo essere libera di non essere. La mia sete di vita era capriccio.

Emersi dal limbo e respirai e fu bello, ma presto la realtà che mi fece crollare tornò a colpirmi sempre più forte ed io compresi di trovarmi nel posto sbagliato.

Avete mai avuto l’impressione di vivere in un posto che non fa per voi, circondati da persone che non sono all’altezza delle vostre aspettative? Probabilmente sì, è cosa comune, ma avete mai provato a tradurre l’insoddisfazione in azione concreta, scegliendo il cambiamento? Io sì. Ho riempito il mio zaino verde di cose essenziali (due pupazzi, alcuni libri, la cioccolata ed un orso di cera) e sono partita su una piccola imbarcazione di carta stagnola, con l’intento di non tornare più.

Ero diretta verso la luna.

A dodici anni passavo le ore alla finestra con la testa fra le mani e gli occhi, all’insù, erano gli spettatori commossi di un cielo che, di notte, accresceva in bellezza: osservavo le stelle e provavo inutilmente a contarle, così come facevo con le innumerevoli gocce di pioggia che il cielo di marzo faceva infrangere sul selciato, quando aspettavo, sul marciapiedi, che i miei genitori tornassero; e, poi, c’era la luna, sempre lei, bellissima, che dipingeva d’avorio la mia fronte spaziosa.

Bramavo di raggiungerla per motivi che al tempo ignoravo, ma di cui ora ho piena consapevolezza: la luna, ai miei occhi, era il porto sicuro nel quale approdare dopo una permanenza insoddisfacente sulla terra. Non ero felice, ma solo il tempo chiarì la mia condizione.

La luna era il punto fermo da fissare quando tutto attorno a me girava ed i problemi mi facevano perdere il senso delle cose. La luna era ed è tuttora lì, in silenzio a farmi compagnia.

Vi ho già parlato del silenzio che contraddistinse il mio soggiorno sul satellite e, in generale, l’intero viaggio; prima di abituarmi all’assenza di rumori, tentai di colmare gli spazi vuoti con alcuni giochi di parole o canzoni buffe, che, in quella distesa desolata di solitudine e stelle, risultarono malinconiche.

Parlavo molto e ad ogni suono emesso corrispondeva un ricordo: il carnevale dei miei dieci anni, la scoperta del prosciutto crudo, il primo bacio, le confessioni della nonna, le lacrime di gioia al telefono e le notti trascorse a scrivere.

Il rumore rappresentava un saldo legame con la vita e con la realtà e non una fuga da essa, come accade sulla terra.

Sulla terra, infatti, il chiasso, la musica ad alto volume, le parole senza peso aiutano il male di vivere a nascondere tutti i mali del vivere che ci fanno tremare: fuggiamo da una realtà turpe per, poi, inciampare nei soliti errori, che, come un disco rotto, introducono il silenzio e ci lasciano soli.

Il silenzio. Sulla luna ho compreso la sua importanza.

Se solo si desse un’occasione in più al silenzio, riusciremmo a cogliere la bellezza del reale che ci sfugge altrimenti.

Di ritorno dal mio viaggio, feci una sosta a Piazza del Popolo, nel centro di Roma.

Era notte fonda.

Non si udivano voci né auto ed ogni singolo monumento era immerso in una dimensione di equilibrio e pace surreale: l’acqua delle fontane scorreva con delicatezza, quasi chiedendo il permesso; i gabbiani erano gli unici turisti che popolavano il centro, ma a differenza di molte persone, mostravano una certa riverenza nei confronti di una città eterna come Roma, la cui bellezza vibra imponente.

In quel momento capii che la bellezza della realtà si coglie col silenzio.

Era notte fonda e non trovai motivi per non restare ancora lì.

Ancora qui.