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Rare Disease Day

Il 27 febbraio compio gli anni, ma non sarà un giorno speciale. Per quanto sia sempre emozionante per me festeggiare assieme alle persone care il mio compleanno, la mia attenzione sarà rivolta alla giornata seguente, 28 febbraio, dedicata alle malattie rare.
Ad oggi esistono oltre 6000 malattie rare e, sebbene differenti tra loro, tutte sono accomunate da un importante fattore: l’impatto che hanno sulla vita di chi ne è affetto.
La sensazione di essere incompresi, soli, in balia di un male che stravolge la tua vita a partire dal tuo corpo e per il quale, il più delle volte, non c’è cura. Il vuoto che si prova dentro nel momento in cui realizzi che tra tanti nel mondo quel male ha scelto te senza una ragione.
Malattie rare di cui spesso la medicina non conosce le cause, ma solo gli effetti.
Effetti che conosco bene anche io.
Avevo 8 anni quando mi resi conto per la prima volta che nel mio corpo qualcosa non andava: improvvisamente un ginocchio gonfio e dolorante mi impediva di camminare. Dopo molti accertamenti e buchi nell’acqua, ecco la diagnosi: artrite. Feci numerosi esami, attraverso i quali risultai positiva al LAC, autoanticorpo che attacca i fosfolipidi ed altera le funzionalità delle cellule preposte alla coagulazione, provocando trombosi. Il ginocchio, col tempo, si sgonfiò, ed io tornai alla mia solita vita.
Dopo cinque anni di nuovo qualcosa di strano. Era primavera, ricordo bene quel giorno, il sole illuminava il soggiorno e tutto il giardino che dalla finestra si vedeva.
“Mamma, guarda le mie mani” dissi a mia madre, spaventata. Le dita delle mie mani avevano cambiato improvvisamente colore e facevano incredibilmente male. Provai ad agitarle, non sapendo cosa fare, ma senza risultato. Erano bianche, come se il sangue sotto non circolasse più. Poi, dopo qualche minuto, cambiarono colore: blu scuro. Un dolore lancinante, mai provato prima. Pensai ad un film visto tempo prima in cui il protagonista aveva un piede in cancrena. Lui, però, era sulla neve, io che scusa avevo?
Quella scusa, dopo qualche mese, arrivò: sindrome di Raynaud. La sindrome di Raynaud è una malattia rara che colpisce le arterie, provocando un restringimento dei vasi sanguigni di mani e piedi con conseguente diminuzione o arresto del flusso di sangue. Gli episodi si verificano in seguito a sbalzi di temperatura anche minimi o a causa dello stress. Nell’1% dei casi questo disturbo è provocato da un’altra patologia.
Indovinate chi rientra in quell’1%? Ovviamente io.
Dopo altri cinque anni, infatti, qualche mese dopo aver compiuto 18 anni, ecco un’altra diagnosi: Sclerosi Sistemica.
Spiegato nella maniera più chiara possibile, la Sclerosi Sistemica è una malattia rara, sistemica e cronica del tessuto connettivo, caratterizzata da un’alterazione del sistema immunitario, il quale produce un numero elevato di anticorpi che attaccano i tessuti del corpo, dalla cute agli organi interni (cuore, polmoni, reni).
Ulcere, dita gonfie, fenomeno di Raynaud e ipertensione polmonare sono solo alcuni dei sintomi di questa malattia.
Una malattia altamente invalidante, di cui non si conosce la causa e che, in caso di coinvolgimento degli organi interni, nella fase progressiva, può portare alla morte.
L’aspettativa di vita media è di circa 14 anni, ma il dato è variabile poiché variabile e soggettiva è la prognosi.
Non esiste una cura, ma esistono terapie per limitare il più possibile i danni.
Non parlo spesso della mia malattia e chi mi conosce sa che evito che questa limiti la mia vita e mi impedisca di fare ciò che voglio. Tuttavia, da quando sono malata, tutto è cambiato, a partire dal mio modo di vedere il mondo. Non c’è un solo giorno in cui io mi svegli senza la voglia di vedere cose nuove, di mettermi alla prova e dare un senso a chi sono e alle cose che faccio. E, se è la paura di non vivere a lungo a condizionare le mie scelte, poco importa, perché ho imparato a dare importanza al tempo e a farlo mio.
Ho viaggiato, visto posti nuovi ed abbracciato nuove culture; ho imparato ad amare e a fidarmi di chi è al mio fianco; ho preso la rincorsa ed ho volato, col parapendio, sfidando la paura del vuoto. Perché non importa se questa malattia mi accompagnerà per il resto della mia vita e mi procurerà handicap sempre maggiori: io, grazie a lei, ho imparato a vivere realmente.
Il coraggio che mi permette di superare giorno dopo giorno i momenti di sconforto e quel dannato senso di solitudine, è lo stesso che mi fa parlare ora, esponendomi pubblicamente, come mai prima. E se lo faccio è perché è necessario parlarne per sensibilizzare la gente su malattie che, sebbene meno note di altre, esistono. Se lo faccio è perché se non ne parlo io che ne sono affetta, come posso pretendere che siano altri a farlo per me?
Se lo faccio è perché ho smesso di vivere la malattia come una vergogna; ho smesso di stare in silenzio quando qualcuno mi chiede perché non faccio cose che molti altri fanno, come andare al mare e prendere il sole o fare le scale senza avere l’affanno dopo qualche gradino.
Ho smesso di vivere fingendo agli occhi degli altri che il problema non esista, come se il male potesse sparire guardando da un’altra parte. Il male c’è ed accettarlo è il primo passo per conviverci.
E come esiste il mio male, esiste il male di molte altre persone che meritano di essere ascoltate.
Ed il 28 febbraio è l’occasione giusta per farlo.

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#1 filo fiume mare

Non vorrei scrivere oggi, davvero no. Però, scrivo perché devo e devo perché non voglio dimenticare quello che ho da dire. Penso e, poi, scrivo e, quando penso, lo faccio distrattamente, dimenticandomi improvvisamente i miei pensieri ed iniziando a pensare ad altro. E la mente si libera e si riempie sempre ed io non riesco a trattenere nulla.
Quindi, scrivo, prima che scompaia tutto e con quel tutto fatto di idee, ricordi, parole non dette scompaia anch’io. Se scomparissi, sarebbe un bel problema. Chi scriverebbe? Io non di certo. E forse sarebbe meglio così, meglio restare in silenzio e non dirsi nulla. E non sentirsi in dovere di dire sempre qualcosa, rischiando di naufragare in un mare di parole poco sincere. Sarebbe meglio tacere, è vero, ma poi non esisterei più. Ed io vorrei tanto continuare ad esistere. A me la vita piace, anche se è difficile. Quindi voglio esserci, se non altro per vedere dove mi porta questo fiume di parole che prima era un mare ma poco importa. Non vorrei mi portasse troppo lontano perché, poi, non saprei come tornare indietro, seguendo il filo di parole che prima era un fiume e prima ancora un mare ma poco importa. Un filo, un fiume ed un mare. Ed io?

Mi sono persa, scusate.

 

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Spazio mentale

Forse il mio più grande errore è stato cercare un spazio per me nella fisicità delle cose del mondo e, non trovandolo, dare per certa la sua assenza.

Eppure uno spazio per me c’è ed è invisibile ad occhio nudo, ma presente in una geografia mentale che non conosce confini.

Il mio è uno spazio in perpetuo divenire in cui l’unica realizzazione dell’Io individuale risiede nel fallimento di ogni intento.

Uno spazio per me c’è ed è invisibile, ma presente in una geografia mentale che non conosce distanze e, soprattutto, differenze. Uno spazio in cui l’Io è un Noi senza rinunce.

Uno spazio per me c’è ed è lì che ho trovato la felicità.

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La neve e i silenzi di Roma

Nacqui in inverno, alle ore diciotto di un lunedì di febbraio, in una città difficile come Roma.

Nel preciso istante in cui i miei occhi accolsero il mondo, quest’ultimo iniziò a giocare a nascondino, celando alcuni particolari che solo il tempo mi permise di scoprire: una donna di mezza età coprì lo spigolo del suo mento con una sciarpa di lana grigia; un ragazzo dai piedi grandi infilò nella tasca sinistra della giacca il fotogramma di un amore perduto chissà dove ed un migliaio di volti, riflessi nel finestrino del metrò, nascosero la nostalgia del focolare tra le pieghe sottili di uno sguardo accigliato.

Era un lunedì qualsiasi ed io piansi per la prima volta poiché detestai sin dal principio ciò che l’atto di nascere sempre comporta, ovvero l’intromissione forzata in un universo di cose già iniziate ed in attesa di finire. Quel senso di fine mi spaventò terribilmente, sebbene non fossi al corrente dei meccanismi che regolano il mondo: non conoscevo, infatti, la finitezza della vita, ma esclusivamente quella del vivere – un vivere prima di nascere, nell’armonia dell’isolamento e della sospensione -.

Avvertii la rottura, la fine dell’idillio e piansi.

O, almeno, questo è quello che mi piace credere.

Mi piace credere, inoltre, che quel lunedì di febbraio in cui accolsi il mondo per la prima volta la neve si adagiasse delicatamente sui tetti di Roma, smussando gli angoli dei palazzi di periferia e regalando ad ogni abitante un motivo per cui stupirsi. E, se è vero che lo stupore necessita del silenzio per risiedere nell’uomo, mi piace credere che in una città grande come Roma, quel lunedì di febbraio, si udisse soltanto il mio pianto disperato.

Il mondo silenzioso che accolsi nascendo si concedette, però, presto al calore del rumore e alla fiamma del frastuono ed i clacson, le risa e le parole alla rinfusa sciolsero la neve per sempre, mostrando l’asprezza delle cose.

Ed i silenzi che nacquero in seguito e che continuano a nascere sono un triste velo opaco; silenzi che non avvolgono lo stupore, bensì il vuoto e che non riescono a valicare il muro dell’indifferenza.

Ardua impresa è trovare una parola nel mare immenso di silenzi che non parlano.

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L’artista e la menzogna

Ritengo che nell’atto creativo sia racchiusa la menzogna.

La genesi di un’opera prevede la fusione della finzione con la realtà: l’Io sincero dell’artista s’introduce in un mondo che esiste nella sola dimensione dell’ipotesi. La congiunzione di ciò che è e di ciò che potrebbe essere ha come esito una realtà nuova, ma ingannevole. Perché nei quadri che ammiriamo o nei romanzi che leggiamo la verità dell’artista non è che una luce fioca e lontana che a stento scorgiamo e che si mescola irrimediabilmente con le mille luci di una città inventata.

Ed il confine tra ciò che è e ciò che potrebbe essere, ma non è, diventa labile.

Se, in seguito ad un’attenta analisi, riuscissimo a cogliere il riflesso autentico dell’Io dell’artista, saremmo certi di non avere tra le mani una verità “creata”, puro artificio? Se quell’Io che crediamo di aver afferrato non fosse altro che l’ennesimo inganno dell’artista?

Come possiamo fidarci di un bugiardo?

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Il male di un dio imperfetto

Ho sempre percepito la realtà come una scatola vuota da riempire con l’immaginazione, tentando di trasformare ogni singolo dettaglio del mondo in poesia e levigando la superficie delle cose per rendere tutto entusiasmante, sorprendente.

Nei miei deliri di onnipotenza ero un dio e la mia mente lo strumento necessario per dare nuova vita alle cose senza farle morire; conoscevo la morte, ma non la fine: tutto rinasceva e in ogni nuovo inizio c’era maggiore entusiasmo, sorpresa.

L’atto creativo procedeva, però, all’inverso: io non ero il necessario, bensì il contingente e tutto il mondo appariva ai miei occhi come ente imprescindibile. E la vita – quella degli altri – un punto fisso da osservare nei momenti in cui non esistevo.

In quanto dio, avevo come attributo l’eternità. Sebbene increato, ero un dio imperfetto poiché conoscevo il dubbio e l’insicurezza; tutto all’infuori di me era avvolto dalla magia della creazione ed io mi sentivo esclusa: avevo dato al mondo una vita che non mi apparteneva e che incatenava ogni mio gesto ad un’assoluta indeterminatezza.

La mia esistenza non era frutto di una scelta e per questo motivo dubitavo del suo valore.

Tutto in me era banale, scontato e tentavo disperatamente di cambiare, nel riflesso di un universo immobile che mi scrutava minaccioso. Mi dimenavo, tremavo, piangevo: come foglia in autunno, la mia vita era palpabile nel solo attimo della caduta.

Un giorno, però, un uomo in bianco si avvicinò e, incollando le sue pupille alle mie, mi disse: “Il tuo corpo si trasformerà in pietra”.

Alla vista del mio sguardo accigliato, l’uomo in bianco ebbe la premura di chiarire ogni dubbio e aggiunse: “Ciò che vive in te è destinato a perire con la stessa facilità con la quale le nuvole nascondono il sole a febbraio”.

Compresi di essere malata.

Come può un dio ammalarsi e, forse, morire, pur rimanendo, allo stesso tempo, dio eterno e increato? Come può avere fine ciò che non ha inizio?
Riflettei per secoli lunghi quanto secondi e ricercai delle ragioni plausibili, eppure l’insensatezza del tutto era come una macchia scura nel cielo limpido che il mio sguardo non riusciva ad evitare.  Se un dio, che è per definizione eterno, può ammalarsi – pensai – forse la sua natura non è realmente divina. Dubitai di me stessa, arrivando addirittura a considerare l’universo immobile come qualcosa che non avevo realmente creato, bensì immaginato di creare per attribuirmi meriti che non avevo. Oppure – e a quest’ipotesi giunsi soltanto in seguito – la mia natura era, sì, divina, ma in una maniera differente: ero un dio eterno, ma finito. Quest’ambivalenza era come un riscatto, dopo secoli di banalità.

Un dio imperfetto è quel che sono ancora oggi poiché continuo a creare nuovi mondi nell’attesa di trasformarmi in pietra. Il male, preannunciato dall’uomo in bianco, mi ha dato vita nuova.

Ora sono un dio creato.

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Come muore uno scrittore

“Il mio significato nel mondo è di scrivere qualcosa”

Così scriveva Cesare Pavese a Bianca Garufi, il 27 marzo del 1946.

Poche parole che dipingono con efficacia il volto di un uomo solo, Pavese, che vive con la sola compagnia della sua penna. E della sua pena.

Nella vita, ma soprattutto nella morte di Pavese, si racchiude la tragicità dell’essere uno scrittore.
La scrittura, infatti, non è libertà, né felicità, bensì prigionia, eterna reclusione in un carcere dalle mura invisibili; chi scrive è destinato a vivere non una, ma dieci, cento vite ed ognuna con i suoi drammi e le sue sconfitte dalle quali è impossibile fuggire.

Chi scrive è condannato a vedere oltre lo strato superficiale delle cose, ricercando la vita laddove tutto è morte.

Laddove tutto muore.

E quando la morte delle cose raggiunge anche lo scrittore, il filo di parole che lo lega alla vita si spezza ed il silenzio vince di mille secoli la poesia.

Così muore uno scrittore.