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Come muore uno scrittore

“Il mio significato nel mondo è di scrivere qualcosa”

Così scriveva Cesare Pavese a Bianca Garufi, il 27 marzo del 1946.

Poche parole che dipingono con efficacia il volto di un uomo solo, Pavese, che vive con la sola compagnia della sua penna. E della sua pena.

Nella vita, ma soprattutto nella morte di Pavese, si racchiude la tragicità dell’essere uno scrittore.
La scrittura, infatti, non è libertà, né felicità, bensì prigionia, eterna reclusione in un carcere dalle mura invisibili; chi scrive è destinato a vivere non una, ma dieci, cento vite ed ognuna con i suoi drammi e le sue sconfitte dalle quali è impossibile fuggire.

Chi scrive è condannato a vedere oltre lo strato superficiale delle cose, ricercando la vita laddove tutto è morte.

Laddove tutto muore.

E quando la morte delle cose raggiunge anche lo scrittore, il filo di parole che lo lega alla vita si spezza ed il silenzio vince di mille secoli la poesia.

Così muore uno scrittore.

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