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Terra-Luna e la Bellezza Ritrovata

La destinazione reale di un viaggio muta nell’animo del viaggiatore, di attimo in attimo, come luce riflessa sulle onde, perché è il frutto dell’intenzione di completare un mosaico le cui tessere si mescolano ininterrottamente.

La destinazione reale di un viaggio è la risposta cangiante ad un interrogativo incompreso.

La destinazione reale del mio viaggio era, in quel momento, la luna.

Prima di partire, ho potuto scorgere le certezze scivolare via, una ad una, tra le mie dita sottili, senza riuscire ad arrestare la caduta, la mia. Una morte preannunciata, lenta.

Un salto nel vuoto con palmi distesi e i miei occhi, socchiusi, ormai piccole fessure, filtravano una vita che mi cedeva il posto e, che, rapida, fuggiva via.

L’aria era un oceano nel quale stavo sprofondando, senza la benché minima voglia di tornare a galla e respirare.

Il nulla mi avvolgeva e non sentivo, non provavo e non desideravo nulla che si allontanasse dal nulla.

Poi, avvenne qualcosa e tutto cambiò.

Improvvisamente vidi il fondo ed il limite che rappresentava ed iniziai a desiderare.

Improvvisamente ebbi paura.

Improvvisamente volli.

Capii che il nulla che mi cullava durante la caduta non era la morte, ma il suo preludio: la morte, come ebbi modo di capire, era quel fondo liscio che mi avrebbe impedito, di lì a poco, di decadere liberamente.

Liberamente.

Nel punto di non ritorno non c’è libertà né scelta: non si cade, ma si resta immobili.

Non ero pronta a tutto questo, dunque, iniziai a risalire dal fondo di quell’oceano che, prima, mi aveva ingerita. Volevo essere libera di non essere. La mia sete di vita era capriccio.

Emersi dal limbo e respirai e fu bello, ma presto la realtà che mi fece crollare tornò a colpirmi sempre più forte ed io compresi di trovarmi nel posto sbagliato.

Avete mai avuto l’impressione di vivere in un posto che non fa per voi, circondati da persone che non sono all’altezza delle vostre aspettative? Probabilmente sì, è cosa comune, ma avete mai provato a tradurre l’insoddisfazione in azione concreta, scegliendo il cambiamento? Io sì. Ho riempito il mio zaino verde di cose essenziali (due pupazzi, alcuni libri, la cioccolata ed un orso di cera) e sono partita su una piccola imbarcazione di carta stagnola, con l’intento di non tornare più.

Ero diretta verso la luna.

A dodici anni passavo le ore alla finestra con la testa fra le mani e gli occhi, all’insù, erano gli spettatori commossi di un cielo che, di notte, accresceva in bellezza: osservavo le stelle e provavo inutilmente a contarle, così come facevo con le innumerevoli gocce di pioggia che il cielo di marzo faceva infrangere sul selciato, quando aspettavo, sul marciapiedi, che i miei genitori tornassero; e, poi, c’era la luna, sempre lei, bellissima, che dipingeva d’avorio la mia fronte spaziosa.

Bramavo di raggiungerla per motivi che al tempo ignoravo, ma di cui ora ho piena consapevolezza: la luna, ai miei occhi, era il porto sicuro nel quale approdare dopo una permanenza insoddisfacente sulla terra. Non ero felice, ma solo il tempo chiarì la mia condizione.

La luna era il punto fermo da fissare quando tutto attorno a me girava ed i problemi mi facevano perdere il senso delle cose. La luna era ed è tuttora lì, in silenzio a farmi compagnia.

Vi ho già parlato del silenzio che contraddistinse il mio soggiorno sul satellite e, in generale, l’intero viaggio; prima di abituarmi all’assenza di rumori, tentai di colmare gli spazi vuoti con alcuni giochi di parole o canzoni buffe, che, in quella distesa desolata di solitudine e stelle, risultarono malinconiche.

Parlavo molto e ad ogni suono emesso corrispondeva un ricordo: il carnevale dei miei dieci anni, la scoperta del prosciutto crudo, il primo bacio, le confessioni della nonna, le lacrime di gioia al telefono e le notti trascorse a scrivere.

Il rumore rappresentava un saldo legame con la vita e con la realtà e non una fuga da essa, come accade sulla terra.

Sulla terra, infatti, il chiasso, la musica ad alto volume, le parole senza peso aiutano il male di vivere a nascondere tutti i mali del vivere che ci fanno tremare: fuggiamo da una realtà turpe per, poi, inciampare nei soliti errori, che, come un disco rotto, introducono il silenzio e ci lasciano soli.

Il silenzio. Sulla luna ho compreso la sua importanza.

Se solo si desse un’occasione in più al silenzio, riusciremmo a cogliere la bellezza del reale che ci sfugge altrimenti.

Di ritorno dal mio viaggio, feci una sosta a Piazza del Popolo, nel centro di Roma.

Era notte fonda.

Non si udivano voci né auto ed ogni singolo monumento era immerso in una dimensione di equilibrio e pace surreale: l’acqua delle fontane scorreva con delicatezza, quasi chiedendo il permesso; i gabbiani erano gli unici turisti che popolavano il centro, ma a differenza di molte persone, mostravano una certa riverenza nei confronti di una città eterna come Roma, la cui bellezza vibra imponente.

In quel momento capii che la bellezza della realtà si coglie col silenzio.

Era notte fonda e non trovai motivi per non restare ancora lì.

Ancora qui.

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