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La Geniaccia, la vita e l’aracnofobia.

Carissimo ***

Il vecchio Ivanov mi deve cento rubli, ma non ho ancora ricevuto notizie dal fronte.

Lo zio Aleksej, di ritorno dall’Europa, ha portato con sé della mussola per Anja e la mamma.

..

Va bene, va bene, la smetto.

Carissimi sedanini, perdonate la parentesi sovietica, ma stavo rileggendo “Le anime morte” di Gogol e mi sono particolarmente immedesimata. Amo la Russia.

Oggi non vorrei, però, soffermarmi sulle cose che amo, perché credo di essermi dilungata abbastanza a riguardo (vedi: qui), bensì su tutto ciò che odio e, nello specifico, ciò che odio semplicemente perché lo odio: i ragni.

Capii di soffrire di aracnofobia all’età di cinque anni.

Ero a casa di mia nonna, nelle Marche, assieme alla mia famiglia al completo.

Era una gelida sera d’inverno e si respirava aria di vacanza e di ferie prese per miracolo; i volti di ognuno ostentavano una fierezza smodata per celare la stanchezza e il disappunto, legati ad un viaggio d’andata eccessivamente lungo. Tutti si mostravano sereni, ma io avevo come l’impressione che qualcosa non andasse.

Non mi sbagliavo.

Sedevo su un divano in pelle ed osservavo la famigliola al completo che si apprestava a cenare (da bambina detestavo mangiare: ora ogni mia mansione è finalizzata all’ingerimento di sostanze alimentari) (me piace magna’), quando, ad un certo punto, il male si materializzò dinanzi ai miei occhi: in cima ai piatti di ceramica, posti nel ripiano intermedio della credenza, si poggiò un ragno gigante, dalle zampe lunghe e pelose.

Nella vita, l’orrore si manifesta in molteplici forme, ma nella  mia vita questo assume quasi sempre i connotati di un aracnide.

Faccia a faccia col nemico (sebbene non riuscissi a distinguere perfettamente il viso dal sedere) (i celeberrimi sederi degli aracnidi) (come si dice in questi casi? ritrovarsi faccia a culo?), compresi cosa avesse in serbo per me il destino e quale fosse la mia missione nel mondo: portare avanti una crociata contro i ragni.

Una piccola Geniaccia che sfida il vasto universo degli abominevoli Ottozampe: pazzesco!

La mia unica arma era il coraggio, indispensabile in ogni guerra che si rispetti; il solo coraggio, però, non poteva bastare per sconfiggere un esercito di simile portata, necessitavo di qualcosa di realmente potente: la paura.

Decisi di affrontare il nemico, stringendo tra le mani una paura che mi rendeva grande e che nobilitava ogni mio gesto; la paura, la stessa che piega i popoli, avrebbe ucciso me, se non avessi ucciso il ragno.

In fin dei conti, il mio era soltanto spirito di sopravvivenza.

Grazie all’aiuto di L., mio cugino, iniziai un duro allenamento (una roba che Pai Mei levate), arrivando ad elaborare un mio metodo di cattura infallibile:

1. Colpire il ragno con una scopa, facendolo cadere a terra

2. Immobilizzare il ragno con dell’acqua “paralizzante” (della semplice acqua)

3. Ferirlo ripetutamente con una pistola a pallini

Questo metodo, nonostante le numerose revisioni (l’assenza attuale di una pistola a pallini ed il ricorso al profumo di Belen), si è dimostrato efficace, salvo un episodio estremamente drammatico, che rappresenta la pagina nera della storia della mia vita.

Di cosa sto parlando? Ve lo spiego subito.

Erano le 5 pm (riporto l’ora in inglese, nel caso in cui qualche americano decida di fare della mia esperienza un film) (una di quelle americanate con finali scontati e personaggi stereotipati, nonché coatti) (pretendo che qualcuno dica “MAAAAN” a caso, nel film) quando lo vidi. Intenzionata a scendere le scale per fare merenda, passai per il corridoio, e, temendo di cadere e/o imbattermi negli spiriti malefici che vivono nel bagno, accesi la luce.

Nel momento in cui le mie dita sfiorarono l’interruttore, qualcosa toccò per un istante la mia mano; inizialmente pensai fosse polvere, ma, ad una successiva analisi, mi resi conto che fosse alquanto improbabile che questa potesse camminare, in assenza di correnti d’aria; pensai, dunque, ad un animale, o, meglio, ad un insetto e dei brividi percorsero la mia schiena, partendo dalla nuca ed arrivando al bacino, il quale tremò fortemente (nemmeno fossi una turista di mezza età alle prese con “Mueve la colita” in vacanza in Salento). Quale insetto? Cosa aveva appena messo a repentaglio la mia incolumità, superando confini invalicabili?

Un ragno.

Un ragno enorme.

Grande almeno cinque nauseabondi millimetri.

Ogni parte del mio corpo voleva morire: mi sarei uccisa, ma il nemico avrebbe marciato trionfante sul mio cadavere e non glielo avrei permesso. Sarei potuta scappare e far finta di non aver visto l’Ottozampe, ma non avrebbe avuto alcun senso: il ragno c’era e ci sarebbe stato in ogni caso; inoltre, se l’avessi lasciato libero, il mostro si sarebbe nascosto in qualche antro buio ed avrebbe aspettato il momento migliore per attaccarmi. Il solo pensiero mi terrorizzava.

No, non potevo far finta di nulla. Il male c’era e andava affrontato.

Mi feci forte: la vita, talvolta, lo richiede.

Scesi nell’arena, come un Russell Crowe senza muscoli (né fama, gloria, successo etc.) e combattei strenuamente, armata di mocio Vileda, un libro della collana “Le ragazzine” ed uno Swiffer.

Colpii il ragno con fermezza e precisione: anni ed anni di duro allenamento sul divano a guardare i Power Rangers, ma voi che ne volete sapere.

Colpii il ragno e questo cadde a terra esanime.

Iniziarono i festeggiamenti: selfie con ragno morto e rispettivi hashtag #ragno #morto #spideroftheday #girlwithspider #instaspider.

Ero in visibilio, non ero mai riuscita ad uccidere un ragno da sola, mi ha sempre intimorito l’ipotesi che sopravvivesse e si vendicasse, divorandomi. Ce l’avevo fatta, lo avevo annientato. Il male va affrontato a mani nude, o, come in questo caso, con mocio alla mano, perché quando la paura ci immobilizza, cessiamo di vivere.

Alla forza vitale di un comodino preferii il coraggio di un’azione.

Di lì a poco, però, avvenne qualcosa di sconvolgente: il ragno resuscitò dopo due minuti (e pensare che Cristo ci aveva impiegato tre giorni).

Cosa fare? Non ero pronta ad affrontare un ragno zombie. Giuro, maestà, era morto, lo era per davvero.

Evidentemente non era così.

Infatti, proprio quando ero sul punto di stappare lo spumante e brindare alla vita, ecco che il ragno tornò a muoversi ed io tornai a rabbrividire.

Nessuno sarebbe giunto in mio soccorso, nemmeno Rick Grimes (The Walking Dead): ero spacciata, zero speranze.

La morte mi aspettava a braccia aperte ed io ero pronta a raggiungerla.

Mi ricordai di un testamento che scrissi a quindici anni, quando credetti di dover morire a causa di una bambola di porcellana che di notte mi fissava: l’avrei riscritto e lasciato ai miei cari.

Numerosi dubbi mi assalirono: cosa scrivere nel testamento? Chi menzionare? Avrei dovuto inneggiare al coraggio dimostrato dalla sottoscritta nella battaglia contro il ragno oppure lasciar perdere la cosa con umiltà?

Poi, però, l’ulteriore svolta: l’Ottozampe aveva sconfitto la morte, ma avrebbe sconfitto me (ed il mio mocio)?

NO!

Come nel finale di Trainspotting, anch’io avevo scelto la vita e, di conseguenza, avevo scelto di combattere.

Divenni una donna d’azione e come una qualsiasi donna d’azione non dovevo pensare, dovevo agire.

Eye of the tiger, faccia in testa, Swiffer e mocio alla mano: Xena, fatti da parte.

Lo uccisi definitivamente, questa volta lo spirito di sopravvivenza non c’entrava nulla, io volevo vivere.

Paolo Brosio ha trovato la Madonna, io ho trovato me.

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50 kg di stanchezza

Ormai mi conoscete, io sparisco spesso.

Un po’ come le nuvole di De André, io vado, vengo, ritorno.

Ritorno sempre.

Eccomi qui.

50 kg di stanchezza.

Mi ripeto che posso farcela e che andrà tutto bene, ma quando torno a casa ed è buio fuori e dentro me, mi spoglio di ogni certezza e tremo.

Il male peggiore è quello che non scegliamo, ma che ci sceglie senza una logica precisa.

50 kg di stanchezza.

Forse 51 kg, dopo l’ultimo pranzo domenicale.

Ce la faccio, ce l’ho sempre fatta.

50 kg di stanchezza.

Vado avanti.

Torno a casa ed è buio fuori e dentro me, ma vado avanti.

50 kg di stanchezza.

Torno a casa ed è quasi giorno.

Passi cadenzati, è mia sorella di tre anni: “mi dai un libro?”.

In quelle quattro parole si cela Amore, che, mendico, chiede un po’ di compagnia.

50 kg di speranza.