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La Geniaccia e Bollywood

Non c’è cosa peggiore del passare una domenica a letto, senza la benché minima voglia di vivere e costretta a subire passivamente i programmi televisivi più assurdi e ambigui.

I pasticceri eccessivamente confidenziali di Real Time (Hey Renato, amico, pacca sulla spalla, vieni qua fratello, etc.) e le serie televisive poliziesche di matrice crucca (in Germania hanno solo cani e poliziotti, o cani-poliziotti, il che è tutto dire), in concomitanza con le mie pressoché assenti facoltà motorie, hanno portato alla morte lenta e inesorabile dei miei neuroni.

Ma ancora c’era speranza. Tutto sommato quel Renato qualcosa di buono l’aveva fatto (vedi: torte stupende roba-che-io-manco-so-spalmare-la-marmellata-sul-toast), idem l’ideatore di una serie televisiva poliziesca a caso, perché perlomeno concilia il sonno: la morte era, sì, inesorabile, ma quantomeno sopportabile.

Poi, però, l’irreparabile, la quintessenza del male, La Cosa Più Fastidiosa Del Mondo: Bollywood.

Mi sbagliavo, c’è qualcosa peggiore del passare una domenica a letto: passare una domenica a letto, guardando la maratona di Bollywood, gentilmente trasmessa da Rai Uno.

Per carità, ammetto di aver apprezzato qualche film indiano, ma erano altri tempi e, soprattutto, non c’erano troppe coreografie e canzoni imbarazzanti; Rai Uno ha saputo trasmettere il peggio che Bollywood ha da offrire, offrendo a sua volta allo spettatore tre ore di completo disagio esistenziale.

Perché, sì, posso tollerare lo stuolo di donnine col sari che si dimena convulsamente (le movenze sono le stesse di Kalluri Vaanil), ma non due indiani col monociglio, un sombrero e due maracas, che ammiccano alle telecamere, un po’ come lui.

So che fremete dalla voglia di conoscere i dettagli, dunque, sarò più precisa e vi spiegherò meglio quanto visto in tv.

Film del cactus n°1

“Matrimoni e pregiudizi” di Quella Che Ha Girato Sognando Beckham Con Quel Gran Bel Volevo Dire Bravissimo Attore Jonathan Rhys-Meyers.

Questo film rivisita in chiave bollywoodiana il grande capolavoro di Jane Austen, “Orgoglio e Pregiudizio”, presentando sui grandi schermi, oltre alle tematiche già presenti nell’opera originale, come la gerarchizzazione sociale, la sofferenza amorosa e l’espressione di forti sentimenti contrastanti, anche altre tematiche, veri e propri cliché del cinema indiano americanizzato, come l’indiano povero, ma pieno di valori e l’americano venale.

La tematica della contrapposizione tra Oriente e Occidente perde la sua credibilità nel momento in cui i protagonisti iniziano a cantare, con vocine stridule, canzoni imbarazzanti, in un inglese pietoso.

Ok, è una commedia musicale, per giunta indiana, ma, pur tenendo presente che ogni cosa è finzione, non riesco a non pensare a quanto sia tutto eccessivamente estremizzato e ridicolo. Sei in un mercato, smettila di ballare o ti brucio il tamburo.

E, soprattutto, smettila di cantare come se avessi appena divorato il gattino virgola.

Film del cactus n°2

Non ricordo il titolo, ma non credo sia essenziale ai fini della descrizione.

Il film in questione parla di una coppia canadese (lei diplomatica, lui chef) che si trasferisce a Nuova Delhi e prende con sé una domestica indiana, in apparenza fedelissima. In realtà, la domestica in questione è una vera e propria ladruncola, che, come Robin Hood, ruba ai ricchi per dare ai poveri.

Ora, il mio intento non è certamente quello di analizzare questo film dalla discutibile valenza, bensì quello di riportare una scena che ha oltrepassato i limiti dell’assurdo:

Parco.

Indiano peloso salva indiana col sari.

Indiana col sari: “Ma chi sei?”

Indiano peloso: “Il tuo servo”

Indiana col sari reagisce così:

Io avrei reagito, più o meno, così:

WOT?!

Oppure, così:

Non so chi sia il regista, ma, vista l’assurdità, non mi stupirei se fosse Sara Tommasi.

Tanti sari,

La Geniaccia.

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La Geniaccia, L’Anniversario ed il Catastrofismo

Buon anniversario, Diario di una Geniaccia! Tanti auguri a me, tanti auguri a voi tutti che mi seguite.

Un anno fa non avrei scommesso nemmeno un centesimo sulla riuscita di questo blog e sulla mia perseveranza nell’aggiornarlo costantemente. E’ vero, alterno momenti di scrittura assidua ad altri di assenteismo becero, ma non me ne vogliate, sono una donna di mondo. Sapete, i riflettori, i manager, Colin Firth..

No.

Sebbene questo anniversario rappresenti per me un traguardo, una vittoria contro l’incostanza, di fatto non riesco a gioire pienamente: ogni post riflette la mia personalità ed il mio cambiare, in una forma sempre uguale e ciò mi rende inerme.

Sono figlia dell’inerzia e subisco un divenire illogico, più che ciclico, che si fa beffa dei miei intenti.

Mi chiedo se ne valga realmente la pena.

Ormai l’insoddisfazione non è forza motrice, bensì rassegnazione ed io non riesco ad agire.

Tra l’indifferenza generale, ristagna il mio spietato bisogno di vita che, nella morsa esistenziale, mi costringe a fissare un cielo di aspettative, senza tener conto delle delusioni che mi divorano i piedi. Eppure sanguinano.

In assenza di soluzioni effettive, mi rifugio in un insolito catastrofismo, immaginando scenari apocalittici e le terribili conseguenze di ogni minimo gesto.

A volte, soprattutto in quest’ultimo periodo, mi capita di andare ben oltre l’immaginazione, riuscendo a percepire e talvolta vedere tali conseguenze: se urto la mia gamba contro uno spigolo, immagino la suddetta sanguinare, squarciata, arrivando ad avvertire un dolore intenso che supera di gran lunga quello effettivo dovuto all’urto; per strada, mi capita di immaginare la caduta di un palazzo, riuscendo ad intravedere le macerie.

Tutto ciò accade con grande frequenza ed intensità, pur avendo il fenomeno in sé una durata estremamente limitata.

Carissimi sedanini, non prendetemi per pazza, magari, ho soltanto una fervida immaginazione.

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Nell’ambito della scrittura sono una perfezionista: prima di pubblicare la minima cosa, ricontrollo, correggo, ricontrollo, correggo.

Un po’ come Virgilio, con la sola differenza che lui scriveva capolavori senza tempo, io cagate a breve termine.