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Macachi

Oggi dovrei fare molte cose, ma ho deciso di spendere il mio tempo cercando foto buffe di macachi giapponesi.

Ecco a voi due macachi pensierosi:

Due macachi alle prese con la danza (si ringrazia Steve La Chance per la coreografia)

Due macachi amici:

Un macaco amico che consola un macaco afflitto:

Tanti macachini:

 

Lui:

 

 

E, poi, il senso di questo post:

 

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Oggi ho potuto elaborare due riflessioni sconvolgenti (manco un po’) che vi cambieranno non poco la vita:

– Un film dell’orrore non si sceglie mai, mai, mai, maissimamente mai dalla locandina (e, ripeto, mai): la bellezza della locandina è inversamente proporzionale a quella del film e questo è un fatto bello che appurato. Sarà che ho proprio un gran bel problema con i film horror, ma finiscono tutti con l’annoiarmi. Il problema del cinema dell’orrore degli ultimi dieci anni, a mio avviso, sta nella resa del concetto su cui poggia la struttura del film: concettualmente parlando, negli ultimi tempi, sono usciti film davvero meritevoli (uno su tutti è The Orphanage di Juan Antonio Bayona che, ammetto, mi ha emozionata sul finale), ma quasi tutti si perdono nella resa visiva e, nonostante gli effetti speciali in eccesso (che, il più delle volte, sono inseriti alla katz de kan), diventano pacchiani, banali, comicamente irreali e noiosi.

– Da ragazzina venni a conoscenza, per la prima volta, dell’ingiustizia della vita con la visione di Dirty Dancing. La morale del film, infatti, è la seguente: non importa quanto tu sia brutta, con un naso da denuncia o negata nei movimenti (e, soprattutto, capace di inciampare nel nulla, così da poter essere raccolta dolcemente dalle braccia possenti di un aitante insegnante di ballo), Patrick Swayze ti amerà incondizionatamente; ma, ahimè, quest’ultimo è morto, Johnny Castle non esiste e, di conseguenza, non verrà mai un fusto ginnico a dirti che nessuno può metterti in un angolo, baby.

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Vita, esitazione e cose così

Esitazione è la parola chiave.

Mi sono sempre crogiolata dietro ad infantili paure pur di non affrontare la realtà ed assumermi le mie responsabilità. Non ho mai conosciuto, in fin dei conti, la natura di questi tanto meschini timori: talvolta temo (e parlo al presente, perché tutto ciò è tristemente attuale) di non essere all’altezza delle mie aspirazioni; talvolta preferisco procrastinare progetti, azioni, gesti, rimandandoli ad un futuro eccessivamente ipotetico e prossimo, illudendomi, quindi, che vi sia uno lasso di tempo in cui ogni mia aspettativa possa materializzarsi e trovare un riscontro nella realtà.

Ci sono donne d’azione, ci sono donne di spirito e poi ci sono io: l’apogeo dell’indefinito, perennemente in bilico tra lo slancio eroico di chi sceglie e la staticità di chi aspetta. 

Da una vita aspetto la vita, ma questa non arriva mai.

Maria, apri la busta.

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La Maturità

Sei una persona matura se:

– Gestisci un blog avente, sulla testata, degli animaletti buffi, colorati e stilizzati.

– Ti accechi con un profumo dolciastro, in quanto non ti rendi conto che il beccuccio del medesimo è girato.

– Canti canzoni indecenti, in mutande, per casa, con in mano il manico della scopa, fingendo di suonare il pianoforte, ma suonando, in realtà, la scrivania.

– Guardi programmi ungheresi, in ungherese, senza sottotitoli, ma, soprattutto, senza sapere l’ungherese, perché ti piace immaginare quello che dicono.

 

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Essere strani è un mestiere per pochi

Non ho mai svelato il mio nome, né ho quasi mai parlato direttamente di me e di quello che mi accade quotidianamente; attraverso la scrittura, però, ho sempre cercato di svelarmi, partecipando parte di me a parte di voi.

Questa sera ho deciso di mettere da parte la mia costipazione verbale e la tendenza all’astrazione, raccontandovi qualcosa su di me, qualcosa di estremamente imbarazzante, segreto.

Sin da quando ho memoria, ho sempre adorato immaginare vite parallele di personaggi di pura fantasia, individui che sono espressione di ciò che vorrei essere e che conducono esistenze fittizie, talvolta imperfette, che avrei voluto condurre.

Mi trascino affannosamente questa profonda insoddisfazione da sempre e non credo io possa esserne sprovvista in un futuro prossimo.

Ad ogni modo, da bambina passavo ore a fissare il vuoto, creando vere e proprie storie, vicende, curate nei minimi dettagli, senza tralasciare alcun particolare; davo forma alle mie aspirazioni, tracciando i profili perfetti di bambine, ragazze, donne inesistenti, ma, allo stesso tempo, reali, in quanto vivevano nella dimensione sconfinata della mia immaginazione. Molto spesso quello che immaginavo era così vero, palpabile, che diveniva reale e finivo col credere alle creazioni della mia mente e, proprio in quei momenti, i protagonisti delle mie narrazioni prendevano vita davanti ai miei occhi increduli e mi tenevano compagnia.

Mi sentivo spesso sola. Mi sento spesso sola. Sentirsi soli è una consuetudine dell’uomo, una condizione dell’esistenza che si palesa in alcuni sin da subito, come nel mio caso.

Quando materializzavo le creature della mia mente, spesso queste perdevano vigore, nitidezza e finivano col fondersi l’un l’altro, o perché dimenticavo, di fatto, i tratti salienti di ognuno, o perché cambiavano le mie aspirazioni e desideravo altro; per ovviare a questa insormontabile problematica, con l’inchiostro fissavo i personaggi, i quali, una volta disegnati, cessavano di essere inconsistenti e divenivano autentici, definiti, ulteriormente reali.

Conservo ancora fogli di giornale, quaderni, agende piene di disegni (orrendi), nomi e luoghi e rivederli provoca in me una sensazione strana, ben lontana dalla nostalgia, e molto simile all’alienazione.

Quando guardo quei disegni, vedo me stessa da lontano, col binocolo, come se quella bimba strana non fossi, poi, io; come se io non fossi io, ma qualcun altro. Quando guardo quei disegni, spaventata, scappo via e mi allontano da me stessa, poiché quello che vedo è lo specchio di quello che ero e che sono e la cosa mi spaventa.

Non ho mai smesso di immaginare vite parallele. 

Quei personaggi non hanno mai smesso di farmi compagnia.

Tante confessioni,

La Geniaccia.

P.S. Mi sento molto in imbarazzo, dopo avervi svelato questa parte di me che quasi nessuno conosce.

P.P.S. Non sono pazza.

P.P.P.S. Ve lo giuro.

P.P.P.P.S. A Costui parlai di questo aspetto della mia persona, in un commento, se non erro. Ritieniti fortunato, caro mio, era una cosa segretamente segreta.

P.P.P.P.P.S. Ora non lo è più.