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La Geniaccia e La Blasfemia

Well well well.

Avrei moltissime cose da dire, cose di estrema rilevanza e, dovendo scegliere, per mancanza di tempo, sapete cosa vi dirò? Una fregnaccia.

Sconsiglio vivamente la lettura di questo post a cattolici ferventi e timorati di Dio.

L’iconografia cattolica mi ha sempre lasciata piuttosto basita, a partire dai pettorali fallici di Djesus (la “d” è muta) (ciao Tarantino), ma mai pensavo che il panno che avvolge le grazie del Cristo Nostro Signore potesse chiamarsi “perizoma”. Sì, perizoma.

Djesus indossava un perizoma.

Sarò pure una persona triste, o altamente deviata, ma, subito, nella mia mente si è materializzata l’immagine di un Cristo Redentore versione modello di Intimissimi – Giudea Edition.

Immaginate la scena:

Come in un qualsiasi spot per intimo, ecco Djesus che si accinge a spogliarsi di ogni qualsivoglia indumento, camminando per un corridoio in penombra, pressoché infinito, con fare sfuggente e sguardo criptico.

Una canzone qualsiasi di Carla Bruni (non c’è molta scelta, ne ha fatta giusto una), tre o quattro parole francesi messe a caso e, poi, la frase finale ad effetto, pronunciata con voce vergognosamente profonda: “Love, Passion, Christ”.

Insomma, blasfemia a parte, un’idea simile non solo mi ha assicurato un pass per l’Inferno, ma mi ha fatto sentire meno impura.

Della serie: se Gesù indossava un perizoma, perché non dovrei indossarlo anch’io?

La politica dei sexy mutandoni è stata accantonata da molto tempo, non lo nego, ma talvolta i rimorsi di coscienza, dovuti ad un passato di “Non importa la forma, importa il contenuto”, si fanno strada nella mia vita.

So che siete indignati per le mie parole dense di blasfemia (immagino le vostre espressioni sbalordite, alla Paolo Brosio che vede la Madonna), quindi, credo sia opportuno cambiare argomento.

Tra papi che si dimettono, nani che, come fenici (le fenici, non i Fenici, eh), resuscitano dalle ceneri per salvare la patria (dopo averla distrutta) ed una pioggia di meteoriti, questo discorso sull’imbarazzante iconografia cattolica apparirà certamente fuori luogo, illogico, ma stiamo parlando di me: sono la voce stridula dell’idiozia mista ad insensatezza, non aspettatevi mai nulla di più.

Non parlerò, dunque, di attualità, non tanto per mancanza di argomenti, quanto per paura di urtare ulteriormente la sensibilità altrui, imprecando con veemenza contro un paese ignorante, privo di memoria e buon senso.
Ecco, è proprio la mancanza di memoria il vero problema della nostra società, della nostra Nazione: per quanto qualche villano possa toglierci diritti, libertà, dignità e speranza, a lungo andare, i più rimuovono ogni cosa, resettano il cervello e credono di poter ripartire da zero, magari, con lo stesso villano, sperando in futuri diritti, libertà, dignità e speranze.

Ed ecco che si palesa l’incapacità di apprendere dagli errori, che rende la nostra esistenza un divenire ciclico, sempre uguale e spietato.

Nulla cambia.

Tutto è statico.

Ho un pessimo rapporto con la Coca Cola.

Tanti starnuti,

La Geniaccia.

P.S. Ho visto “Anna Karenina” di Joe Wright e devo dire che mi è piaciuto moltissimo. Un gran bel film, tratto da un capolavoro assoluto della letteratura che ho amato alla follia (e vorrei vedere). Keira Knightley bravissima (la piazzano in ogni film in costume, si è capito), fotografia meravigliosa e costumi magnifici (meritata la vittoria agli Oscar).

P.P.S. Domani è il mio compleanno: non invecchio, divento vintage.

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La Geniaccia e Le Fiabe

Di: “Quando le principesse hanno imparato a salvarsi da sole”

Se Raperonzolo avesse portato i capelli corti, oppure se Cenerentola avesse indossato le Dr. Martens, siamo proprio sicuri che sarebbero state ugualmente salvate dal principino in calzamaglia? Molto probabilmente le loro sorti sarebbero state differenti, certamente meno banali e qualunquiste: avrebbero continuato a condurre una vita triste e miserabile, oppure, in totale autonomia, si sarebbero salvate da sole.

Secoli di tradizione fiabesca ci insegnano che non importa quanto tu sia povera, relegata in capo al mondo o oppressa da drammi orrendi: arriverà sempre un principe, al galoppo di un destriero bianco, per salvarti, amarti ed onorarti e sì, insomma, quelle utopiche e diabetiche storielle. Tali narrazioni trapelano chiaramente quella concezione in base alla quale una donna non può e non potrà mai essere artefice del proprio destino, in quanto esso è nelle sole mani dell’uomo alfa, il principe valoroso senza macchia né paura; non ci sono eroine, ma soltanto eroi, in quanto la donna è colei che attende e all’uomo spetta l’impresa, l’azione, il valore.

Una realtà superata? Non completamente.

Una donna rinuncia a se stessa, poiché questo la aggrada e la spaventa alquanto l’idea di dover agire in completa autonomia, senza una balia o un salvatore; una donna teme di brancolare nel buio di ipotetiche imprese eroiche, teme di subire le conseguenze di un autoritario Io, teme la solitudine e per questo si rintana nel monotono riflesso di uno specchio.

Smette di vivere, tra un colpo di spazzola ed un anello al dito.

Il tempo scorre ed il principe non arriva e la principessa, mesta e cadente, piange se stessa, anziché montare in sella al suo cavallo, con in mano un fucile ed andare a prendersi con la forza ciò che le spetta.

Ci siamo arrese, forse, all’idea di non poter essere delle eroine?

Ci indigniamo nel momento in cui veniamo trattate come sesso debole, vittime di una misoginia anacronistica, ma siamo le prime a ritenerci tali.

Quando la donna smetterà di relegarsi in cucina e di crogiolarsi nei luoghi comuni ed inizierà a fare a pugni per se stessa, soltanto allora sarà possibile parlare di parità dei sessi.

Fino ad allora, culo.

Tanti culi,

La Geniaccia.

P.S. Sì, culo.

P.P.S. Ho ucciso il ragno che pernottava nel mio bagno, non mi sento più osservata. L’ho ucciso grazie al sottofondo musicale epico di Ennio Morricone, sia ben chiaro, non ce l’avrei mai fatta senza. Ho superato anche la mia paura dei ragni (sì, c’era) ed ho fatto vedere alla specie degli aracnidi chi è il più forte.

P.P.P.S. Ribadisco: viva il processo evolutivo.

P.P.P.P.S. Scriverò a breve un racconto struggente, rimanete sintonizzati.

P.P.P.P.P.S. Culo.