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Geniaccia 1 – 0 Cina.

L’informatica cinese può benissimo inchinarsi alla mia potenza e genialità.

Installare un mouse, in completa autonomia, ha palesato la mia sommità in campo informatico che, pensate un po’, va ben oltre il creare quadrati ipnotici sul desktop e/o simpatici disegnini su Paint.

Mi sono sentita altrettanto fiera ed orgogliosa soltanto dopo aver ucciso con l’ingegno una mosca, la quale, insolente, disturbava ad oltranza la mia quiete.

Viva il processo evolutivo.

 

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La Geniaccia ed Il Pessimismo + Riflessioni Notturne

Fine.

 

 

Per quanto mi riguarda, nella stesura di un articolo, o semplicemente di una riflessione geniosamente geniosa, la difficoltà risiede quasi unicamente nell’incipit, nell’inizio.
Dar vita ad un processo creativo mediante l’uso delle parole è un gesto, sì, spontaneo, ma al contempo denso di importanza e di spessore.

L’uomo diviene un piccolo creatore, dunque divino, creando ex nihilo un qualcosa destinato a rimanere; l’uomo lascia, così, un segno ed i suoi pensieri, in principio sconnessi, prendono forma in parole.

Delinea se stesso, delineando il suo pensiero.

Una tale impresa pseudo divina necessita di alcuni input, pressoché soggettivi, che ci permettono di compiere quel processo trascendentale che eleva l’uomo e lo rende creatore delle proprie idee; svariati sono gli input fondamentali per il mio processo creativo, ma, tra i tanti, cito:

– Lo sguardo di Colin Firth (è come se mi dicesse: “Forza, ragazza, fai vedere al mondo che sai fare, credo in te!) (sedanini, quando Colin Firth crede in te e nelle tue capacità, improvvisamente la vita diventa elementare)

– Il cielo (sono una romanticona, che volete farci)

– Chiudere le persiane (ve ne avevo già parlato precedentemente, nello specifico qui)

– Guardare la tv, facendo incetta di nozioni trash, traendo conclusioni filosofiche circa lo squallore dell’odierna società e quant’altro.

Non me ne voglia la tradizione greca, ma per scrivere non ho ricevuto un dono dalle Muse, pascolando mucche sui pendii più sperduti, bensì necessito continuamente di stimoli.

Oggi, ad esempio, incisivo è stato l’ascolto di una canzone piuttosto mediocre, ma che ha segnato la mia adolescenza: “Teenage Dirtbag” degli Wheatus.

Classica hit degli anni ’00 per adolescenti sfigati ed incompresi, che si ritrovavano nei dilemmi esistenziali di un Dawson Leery, ma che, al contrario di James Van Der Beek, non vedevano nemmeno l’ombra di una Katie Holmes pre Cruise (e, dunque, pre noia) (no, è sempre stata piuttosto noiosa).

Riascoltare quella canzone e, nello specifico, rivedere il video ufficiale, mi ha fatto trarre innumerevoli considerazioni circa la voce stridula e fastidiosa del cantante ed il relativo cappello imbarazzante indossato da quest’ultimo.

In primo luogo, la voce di Brendan Brown, a metà strada tra un Billy Corgan in fase di sviluppo (quella fase durante la quale spuntano i primi peli, che fanno ombra sul volto dei ragazzi, dando vita ad un imbarazzante chiaro-scuro) (sempre in quella fase i ragazzi cambiano voce, divenendo degli esseri asessuati, a tratti Barbie, a tratti Ken) ed il gattino Virgola.

Poi, certamente, il tanto chiacchierato cappello imbarazzante che indossa il beneamato (no, vi sto burlando) Brendan: che cos’è?

Secondo studi recenti, portati avanti dall’Università di Staminchia, quel cappello nasconde un passaggio segreto per Narnia (diffidate della storiella dell’armadio).

Al momento, tutto ciò che sappiamo è che è brutto, molto brutto e che sembra crescere a dismisura, di secondo in secondo, durante il video, un po’ come accade in Scary Movie 3 (cinema d’autore, insomma).

Osservare l’impressionante tristezza di quel cappello mi ha permesso di notare ed elogiare i buoni intenti e la grande audacia del cantante, che, nonostante tutto (ma, soprattutto, nonostante quel cappello), conquista eroicamente il cuore della bella di turno, avendo la meglio sul classico belloccio americano.

Ma quella è finzione, soltanto finzione.

Nella realtà, lo sfigato col cappello orrendo è e sempre sarà lo sfigato col cappello orrendo e la ragazza bruttina non diventerà mai una principessa, ma, tuttalpiù, parteciperà ad uno di quei programmi in stile “Prima e dopo la cura”.

Molti ritengono ch’io sia una persona pessimista e che guardi sempre il bicchiere mezzo vuoto.

Sono miope.

A volte il bicchiere non lo vedo proprio.

 

 

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La ciclicità degli eventi, che contraddistingue la mia vita, mi lascia esterrefatta.

Impossibilitata ad esprimermi, immagazzino altisonanti parole, nell’anticamera del mio cervello, aspettando che queste, le arcigne, si dissolvano e che, magari, prendano fuoco come monaci tibetani.

Nel frattempo, aspetto in stato comatoso.

Non sono simpatica, perdonatemi.
Non voglio essere simpatica, biasimatemi.

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Mi sento un po’ così

Oggi mi sento un po’ così.

Vorrei lasciare il segno.

Un desiderio che torna ricorrente.

Non vorrei morire domani senza aver lasciato qualcosa di significativo a chi verrà dopo di me.

Vorrei lasciare il segno, come Aphra Behn, la prima donna che si guadagnò da vivere attraverso la scrittura e che dimostrò, in contrapposizione alla misogina concezione del tempo, che scrivere, per una donna, non è indice di follia, bensì un’attitudine non fine a se stessa, dunque, con un’importanza pratica.

Vorrei lasciare il segno, come Simone de Beauvoir o Rebecca West, pietre miliari di un femminismo sfacciato.

Oggi mi sento un po’ così ed oserei citare proprio la de Beauvoir per esprimere al meglio il mio stato d’animo:

 “Di me sono state create due immagini. Sono una pazza, una mezza pazza, un’eccentrica. […] Ho abitudini dissolute; una comunista raccontava, nel ’45, che a Rouen da giovane mi aveva vista ballare nuda su delle botti; ho praticato con assiduità tutti i vizi, la mia vita è un continuo carnevale, ecc. L’essenziale è presentarmi come un’anormale. […] Il fatto è che sono una scrittrice: una donna scrittrice non è una donna di casa che scrive, ma qualcuno la cui intera esistenza è condizionata dallo scrivere. È una vita che ne vale un’altra: che ha i suoi motivi, il suo ordine, i suoi fini che si possono giudicare stravaganti solo se di essa non si capisce niente. “

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La Geniaccia e Pippi Calzelunghe

Carissimi sedanini, sono tornata.

Quante volte l’avrò detto? Vi ho dato forse l’idea di essere una donna impegnata? Beh, sappiate che non lo sono, sono semplicemente caotica e sconclusionata e, talvolta, non scrivo, semplicemente perché divorata dal senso di colpa per non aver scritto precedentemente.

Il che ha poco senso.

Il che forse ha senso.

Il che ha certamente un senso se vivi di inerzia e monologhi mentali con il tuo logorroico e facinoroso io (pippe mentali per i più).

Ad ogni modo, ora sono qui, spoglia di moltissime cose (eccetto i kg acquisiti durante Gli Interminabili Pranzi Natalizi) e felice.

Mi sembra doveroso fare un discorso solenne, di quelli che sono soliti fare, i primi giorni dell’anno, non solo i quarantenni calvi e squinternati ed i single repressi, iscritti a siti per incontri, ma anche persone immense e gloriose come la sottoscritta.

No.

Niente propositi, non mi piacciono. Mi ritrovo spesso a leggere vecchi propositi e desideri, appuntati su moleskine e quaderni tristi della Pigna (per non dimenticare), mai realizzati.

In ordine cronologico:

– Conoscere  Sonia de “La Posta di Sonia”

– Fidanzarmi con il fac-simile di Nick Carter

– Imparare a suonare la chitarra e girare il mondo con la mia supersonica band (Supersonica? Il mio linguaggio preadolescenziale era molto simile a quello adoperato negli spot Hot Wheels & co)

– Essere meno scontrosa

– Pancia piatta

– Comprare un pigiama a forma di rana (non giudicatemi)

– Dimenticare L’Innominato

– Scrivere un libro

– Mangiare di meno (vedi: Pancia piatta)

– Essere felice

e molto altro ancora.

I miei propositi sono soltanto vani catalizzatori di un’insoddisfazione personale  che mi porto dietro sin da bambina e che, forse, mai mi abbandonerà.

Sono sempre stata convinta di poter plasmare il mio avvenire a piacimento, di poter prendere in mano le redini della situazione e cambiare le carte in tavola, con la sola forza di volontà.

Volere è potere, I believe I can fly, tutte idiozie: gli avvenimenti hanno un loro corso che le nostre convinzioni e buone intenzioni non scalfiscono minimamente. Non credo nemmeno nel destino, sia ben chiaro. Ritengo, invece, che il mutamento sia soggetto al tempo e a nient’altro.

E’ passato del tempo e posso dire di aver spuntato un desiderio dalla lista delle Utopie Utopicamente Utopiche: ho dimenticato l’Innominato e sono felice.

Senza ripromettermi nulla o fare la benché minima cosa, il cambiamento è arrivato ed ora, finalmente, sono serena.

Quando chiudi col passato, inserendo l’ultima tessera del mosaico, è come se nascessi nuovamente e facessi tutto per la prima volta.

Non parlo di una nuova me, né tanto meno di una nuova vita.Non ho partecipato ad “I Used To Be Fat” e non ho fatto parte del cast di “Pretty Princess”: io sono sempre la stessa di otto giorni fa, semplicemente più sicura e leggera (no, vi ripeto, non ho partecipato ad “I Used To Be Fat”).

Ho capito che ciò che mi ha spinta a scegliere me stessa e a portarmi rispetto non è stato puro egoismo, bensì spirito di sopravvivenza.

Mi sono resa indipendente, nel senso più stoico del termine.

Forte e indipendente, un po’ come Pippi Calzelunghe.

So perfettamente che avrei potuto fare un altro paragone, ma sono un ravanello pensante. Cosa vi aspettavate da un ravanello pensante?

Pippi Calzelunghe rappresenta al meglio quelle che sono le aspirazioni di ogni donna ed, in primis, femminista: Pippi è indipendente, forte, vive da sola e non teme nulla.  Ha, inoltre, due sbarazzine trecce rosse che sfidano le leggi di gravità, suo padre è un pirata e vive con un cavallo bianco a pois neri ed una scimmia di nome Signor Nilsson, in un’eccentrica casa dai colori pastello, il che la rende una Figa Atomica Senza Eguali.

Proprio come Pippi Calzelunghe, sto imparando a non avere paura di nulla (eccetto del ragno che pernotta, da qualche giorno, nel mio bagno e che mi impedisce di svolgere le mansioni consuete) (non ho paura, è che mi mette in soggezione..) né tanto meno bisogno di alcunché.

A rendermi ancora più serena e sicura c’è certamente un sedanino in particolare che mi fa sorridere sempre e che mi fa compagnia.

Ci si fa sempre troppa poca compagnia, ad oggi.

Grazie sedanino, un bazinga bacio.

Ah, un bazinga bacio anche a voi, ovviamente.

Tanti ravanelli,

La Geniaccia.