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La Geniaccia e Gli Elenchi

Ognuno ha le sue piccole fissazioni: Tarantino ha i piedi, Proust le madeleine, Alba Parietti il botox. Io? Io ho gli elenchi.

Elenchi mentali, elenchi cartacei.

Creo elenchi per dare un ordine alla mia vita caotica (la stessa funzione, dunque, delle abitudini); creo elenchi perché sono brava in questo; creo elenchi perché sono funzionali a fissare, nel tempo, minuziosi dettagli della realtà, altrimenti facilmente dimenticabili; creo elenchi perché mi piace.

Per intenderci, il mio motto è enumero ergo sum”.

Una cosa che amo è elencare le cose che amo e, proprio per questo motivo, ecco a voi l’elenco de

“Le Cose Che Amo Semplicemente Perché Le Amo” 

  • Il burro d’arachidi
  • I Robinson, perché guardarli mi rende felice come un bambino obeso nella Valle dei Bignè Volanti (km72 – Lardoville uscita nord)
  • Chiudere le persiane di sera, prima di andare a dormire, perché farlo mi procura un piacere immenso e deliziosamente illogico.
  • Il miele
  • Il giallo
  • La letteratura russa 
  • I limoni
  • Imitare la voce intensa di Vittorio Gassman alle prese con le letture (in particolare, la lectura Dantis)
  • Cantare Lesley Gore
  • Perdere a Super Mario (amo morire nei modi più assurdi)
  • L’ukulele
  • Una casa gialla
  • La “Metafisica dei tubi” di Amelie Nothomb
  • I topic assurdi di alfemminile.it
  • Il cinema francese 
  • Il cinema in generale
  • I capelli ricci-unticci di Johnny Borrell dei Razorlight
  • L’odore della metro (ho anche fatto un elenco degli odori che più amo in assoluto)
  • Dire “in assoluto”, “bando alle ciance”, “fondamentalmente”, “di fondo”, “in sunto”Non avete scampo.
  • Ludovico l’Elefanpalla, il mio simpatico amico disperso, metà palla, metà elefante.
  • Ripetere “Billy Birillo” quando ho le mestruazioni (Billy Birillo sarebbe Billy Corgan degli Smashing Pumpkins)
  • Dare un nome ad ogni persona, cosa, situazione
  • I pois
  • Birillo, il robot di Super 3
  • Horatio Caine di CSI (ed il ripetitivo movimento metti occhiali-togli occhiali-metti occhiali etc.)
  • Carlo Verdone
  • Telemarket
  • Kalluri Vaanil (http://www.youtube.com/watch?v=esFYBM7ywBM)
  • I calzini
  • Le mie Giraffabatte (ciabatte a forma di giraffa o, meglio, giraffe a forma di ciabatta)
  • Scrivere 
  • Scrivere sul tetto
  • I prati
  • Le mosse ridicole dei Power Rangers
  • Gli esistenzialismi
  • I doppiaggi mal riusciti
  • Seguire programmi di cucina, appuntando ricette che non preparerò mai
  • Andare ai concerti (e quest’estate ne vedrò moltissimi)
  • Modificare a mio piacimento locuzioni latine famose
  • Sdraiarmi sul pavimento freddo e fissare il soffitto
  • I papaveri
  • Gli amici immaginari (Piccolo Jack aka PJ, Willy, Goffredo, Cindy, Lucy, Amerigo)
  • I ricordi
  • I tortini al cioccolato
  • I cetriolini al cioccolato
  • Il cioccolato
  • Pallino (il peluche con il quale sono cresciuta)
  • I formaggini Susanna
  • The Walking Dead
  • Il gesto minaccioso delle donne del ghetto (preceduto dalla rimozione degli orecchini vistosi) (http://profile.ak.fbcdn.net/hprofile-ak-snc4/211059_105025626249204_7064999_n.jpg)
  • Il trash (mi pare evidente)
  • I capelli a culo (facente parte della sezione trash)
  • Cuba
  • Le finestre aperte delle case altrui che lasciano intravedere la tv e piccoli frammenti di vita quotidiana
  • Piazza di Santa Maria in Trastevere 
  • Parlare con i senzatetto 
  • L’odore del palazzo di mia nonna e di tutti i palazzi antichi
  • La scena del concerto all’Albert Hall ne “L’uomo che sapeva troppo”
  • Giocare a Xena
  • Age Of Empires e Tropico
  • Colin Firth
  • Ricordarmi di quando fingevo di vivere nel bagno e mi addormentavo nella vasca
  • Le lanterne cinesi
  • I toni confidenziali (a giorni alterni)
  • L’humour inglese
  • Il silenzio e l’arsura del primo pomeriggio estivo
  • Gli evidenziatori
  • I kleenex
  • Il mio vestito della felicità (ho un vestito della felicità)
  • L’Innominato (no, non quello di Manzoni, ma il mio personalissimo Innominato)
  • Gunther
  • I fruttolo
  • “Baby got back” di Sir Mix-A-Lot
  • Questo video http://www.youtube.com/watch?v=-kYYuKbxa30&feature=related
  • “Toy Story”
  • Pic-Nic Break (grissini + nutella)
  • Gli struffoli (sono romana, ma i miei parenti sono partenopei)
  • Il planking 
  • Le fiabe sonore
  • Banksy
  • Le matrioske
  • L’odore del rincospermo
  • Le scommesse mentali col fato (es: se il vento sposta, entro due minuti, la fotografia di Pincopallo che gioca a Staminchia, verso destra, allora, morirò per sempre sola, più sola della persona più sola al mondo)
  • Sorseggiare acqua ghiacciata in contenitori termici enormi
  • Immaginare scenari apocalittici degni di Michael Bay

L’elenco non è completo, ma col tempo lo aggiornerò.

Detto questo, namaste.

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La Geniaccia ed il Lessico Familiare

Certe conversazioni ti cambiano la vita.

La depressione è una bestia nera che si sconfigge a quattro mani.

Quattro, sei, otto.

Sono una persona solitaria, ma credo sia giunta l’ora di darci un taglio con la solitudine, con la totale chiusura nei confronti del mondo, degli Altri.

Questa sera, solo per voi, una Geniaccia dedita agli esistenzialismi.

Ripeto, certe conversazioni ti cambiano la vita e tutto quello che puoi fare, in determinate circostanze, è stare zitto e farti stravolgere dal peso delle parole.

Tutto sommato, Dio mi vuole bene.

Io non credo in Dio.

Dio mi vuole decisamente bene.

Ho comprato tre libri a €2.00 l’uno. Sono felice.

Dio salvi Cechov, Mary Shelley e Gogol.

Dio salvi mia madre, l’unica.

Dio salvi il lessico familiare.

Dio salvi se stesso.

P.S. Ecco i libri in questione. Questa è la mia personale felicità.

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La Geniaccia, Kiss me Licia e Le Prospettive

Stamattina mi sono svegliata e, presa da una vena nostalgica, ho acceso la tv, sperando di imbattermi in qualche programma trash, tipo “Mammoni”, tanto per ridere e per far aumentare la mia autostima. Ho acceso la tv e, facendo zapping, sono finita su Italia 1 (ignorando improbabili film svedesi mal riusciti) e mi sono ritrovata a vedere un cartone animato che ha fatto la storia, un evergreen, “Kiss me Licia”.

In primo luogo, ci tengo a ribadire che quello non è soltanto un cartone: chi, come me, è cresciuto a pane, nutella e sentimentalismi made by Bim Bum Bam, saprà per certo che “Kiss me Licia” rappresenta l’apoteosi di tutta una generazione dai look improponibili e compratrice assidua di mascara per capelli e di riviste rosa con fotoromanzi idioti (ed altrettanto idioti attori dalle espressioni esageratamente drammatiche).

Ad ogni modo, rivedere, a distanza di anni, quel cartone ha evocato in me numerose e contrastanti sensazioni e mi ha portata a riflettere e a tirare somme esistenziali.

In primis, mi sono chiesta se Malgioglio avesse mai preteso i diritti d’immagine per i capelli di Mirko (a dir poco osceni); sotto quella folta chioma bionda e quel ciuffo rosso sbarazzino, si nascondeva certamente un esemplare di gnoccus de gnocchibus, ma, seriamente, quei capelli erano un pugno nello stomaco (come lo era il viso tirato a lucido di Pasquale Finicelli, attore che, in tutta la sua vita, ha interpretato soltanto la parte di Mirko, finendo, poi, nel dimenticatoio).

Inoltre, analizzando con spirito critico quel Santo Graal del trash, in me è sorto un dubbio: esiste al mondo qualche essere in grado di portare avanti dei monologhi mentali infiniti, come quelli presenti nei cartoni animati giapponesi degli anni ’90? Ma, soprattutto, chi era quel Gaber che aveva curato la colonna sonora? I Gazosa?!

Bando alle ciance (adoro dirlo e lo dirò nuovamente: bando alle ciance!), il vero punto della situazione è: dopo tanti anni, mi sono ritrovata a vedere un cartone animato e mi è sembrato come se il tempo non fosse mai passato.

Il tempo mi è parso come un illusione, una creazione della mia mente, un qualcosa di puramente effimero e statico. Anni di pianti, di frustrazioni, di obiettivi raggiunti e di sconfitte; anni di solitudine e voglia di cambiare, anni di cambiamenti. In questi anni, sono cresciuta forse troppo in fretta, o, molto probabilmente, non sono cresciuta affatto. Fare, nella medesima posizione, una cosa che facevo da bambina mi fa capire che nulla è mai veramente cambiato: corro immobile in un caos imperturbabile.

Per dare ordine al caos mi servo delle abitudini: sono un’abitudinaria per forza di cose; sono un’abitudinaria perché mi spaventa il cambiamento che, in sé, è fonte primaria di vita, in quanto movimento.

Forse io non vivo, forse mi limito ad esistere, ma, per il momento, mi sta bene. Nella staticità ho costruito la mia realtà: sono un cactus.

Ritengo che la vita sia una questione di prospettive, così come il benessere.

Sto portando avanti una piccola, personale, silenziosa rivoluzione: sto dimostrando a me stessa, giorno dopo giorno, che il piacere può risiedere in ogni piccola cosa e, soprattutto, può risiedere anche nel dolore.

Questione di prospettive.

 

P.S. Certo che pure la faccia di Cristina D’Avena non scherzava mica.

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La Geniaccia ed il Sunday Bloody Sunday

Avrei voluto scrivere qualcosa di profondo, ma ho preferito procrastinare la cosa, in quanto la mia mente stamani è una sala parto per cogitationes stercoris (fondamentalmente pensieri di merda).

Dopo aver dormito due ore, posso dire di aver assunto la conformazione di una sciampista beduina post riabilitazione, con una capacità logica pari a quella della Marini agli albori (prima che fingesse di essere una persona socialmente utile). Ma sebbene io sia un livido ambulante (non chiedetemi perché), ciò che realmente mi impedisce di scrivere qualcosa di impegnato e minimamente interessante è Lui, Lou Red (sì, proprio Red), il ciclo mestruale.


Dunque, sconsiglio la lettura di questo post a tutti i misogini, deboli di stomaco, timorosi di Dio e fan di Oprah Winfrey.

Oggi, La Geniaccia è alle prese con una piaga generazionale, la quintessenza del male, un Profondo Rosso ovarico, le mestruazioni.

Col tempo, sono entrata in contatto con gli individui più strambi: dagli amanti del fetish, ai papa boys ultras (“chi non salta un giudeo è, è!”),  fino ad arrivare ad un ragazzo (un caso isolato, lo ammetto, ma particolarmente eclatante) al quale veniva un’ulcera ogni qualvolta venisse nominata la parola “mestruazioni”. Non saprei motivare questa totale avversione nei confronti di uno degli aspetti più naturali al mondo (tra le poche cose naturali, ad oggi), ma so per certo che non è assolutamente logica (io non giudico, sia chiaro, come potrei? Ho paura dei bambini con gli occhiali).

Come non avere timore delle mestruazioni e vivere felici:

1. Abbandonare i luoghi comuni.

A chi dice che quando una donna ha le sue cose è nevrotica, folle, lunatica agli estremi, semplicemente pazza, io rispondo: “Plaudo alla tua capacità di trovarti soltanto donne psicolabili e sull’orlo di una crisi di nervi”. Una donna, quando ha “le sue cose” (che, poi, perché non chiamarle con il loro nome? Ci insultiamo quotidianamente, ma ci inibisce la parola “ciclo mestruale”?), non assume la conformazione di un mutante alla Power Rangers, non diventa un Hulk Hogan versione Desperate Housewife; se una donna è stressata e facilmente irritabile, lo è sempre e comunque, a prescindere dall’attività delle sue ovaie. Fondamentalmente, la sindrome premestruale in sé non comporta gravi danni a livello psicologico e, dunque, relazionale: lo stress, derivato da altri fattori, in concomitanza con tale sindrome, che chiameremo Kid Rock (perché è una palla disumana), sì. Queste sono vacue convinzioni, radicate nella società e basate sull’ignoranza e su una velata (talvolta divertente) misoginia, che pone la donna come un folle essere dotato di un caduco pensiero e di una deleteria emotività.

Non voglio aprire un discorso sul femminismo, in primis perché non ne condivido l’ideologia. Una persona incredibile, una vera geniaccia (non io), un giorno, mi disse: “Non c’è cosa peggiore che trattare allo stesso modo due persone diverse”. Bene, le donne e gli uomini sono agli antipodi, sebbene di fondo non vi sia un grado di subordinazione.

Dalle persone non mi aspetto più nulla e per tale motivo non mi aspetto che i suddetti luoghi comuni vengano abbandonati: l’essere umano è una somma di cliché e preconcetti e questo non cambierà mai.

Ad ogni modo, illudiamoci e passiamo al secondo punto.

2. Questione di sangue.

Vorrei osare e sbilanciarmi, affermando che due tra le cose che più accomunano tra loro gli uomini e le donne comprendono il sangue: la guerra, per gli uomini, il ciclo, per le donne. Alla base, vi è la sofferenza, sebbene in quantità ed in modalità differenti e ritengo sia normale, dal momento che tutto ruota attorno al dolore. Tutto ciò, a mio modesto parere, non dipende da una qualche punizione divina, non mi bevo la storiella di Adamo ed Eva; Eva era soltanto l’Andrew Howe dell’Eden: “Beccati questa, Adamo. Sono stata la prima a mangiare la mela, ti toccano gli avanzi, stronzo!”.

3. A tutto c’è un rimedio.

Esistono due tipologie di donne, durante le mestruazioni: Quelle Che Non Soffrono e Quelle Che Muoiono.

Quelle Che Non Soffrono molto probabilmente hanno venduto l’anima al demonio o a Giorgio Mastrota (non fa alcuna differenza) e non trovo necessario spendere a riguardo molte parole: sono esseri fortunati, niente di più.

Quelle Che Muoiono (vedi: me) sono portatrici sane di sfiga, catalizzatori di tutte le pene del mondo e devote al santo patrono di Dolor Town. Quelle Che Muoiono soffrono immeritatamente ed ogni ventotto giorni (senza considerare gravidanze e/o ritardi) si chiedono se la loro vita abbia un senso. Per Quelle Che Muoiono non esiste Dio, Chuck Norris o rimedio della nonna che tenga. Per Quelle Che Muoiono esiste Lui, il solo, l’inimitabile Buscofen (si accettano tutte le varianti).

Vorrei concludere con un: amami quando ho il ciclo, perché sarà quando ne ho  più bisogno. 

Questa mia rivisitazione esprime al meglio lo spirito di questo Sunday Bloody Sunday.

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La Geniaccia e il Diamoci Un Taglio

Mi sono ripromessa di non basare questo blog sull’angoscia ed i pensieri suicidi che talvolta fanno capolino nella mia mente.

Mi sono anche ripromessa di non usare la parola “capolino”, ma chi voglio prendere in giro? Ho un debole per quella parola impregnata di ridicolo ed infantilismo, in quanto mi fa pensare alla scuola elementare, ai blocchi di fogli, appesi alle pareti color pastello, funzionali ad insegnare ai bambini mocciosi l’alfabeto e le parole chiave (come, appunto, “nuvola” che fa “capolino”).

Mi sono ripromessa di non fare parecchie cose che, da brava persona totalmente inaffidabile, farò puntualmente. 


So, let’s go. 

Diamo il via al tour dell’angoscia.

Step 1. Autocommiserazione

La sottoscritta, esimia Geniaccia, è reduce dagli Awards della Sfiga,vincitrice di ben due statuette e sottolineo due e  statuette (e non quei premi orrendi che rifilano oggi, a forma di tampax, pene o grande buddha, con una maglia del Burger King). Non sto esagerando, dico sul serio, esiste una statuetta a forma di pene (ok, era una banana, ma la mia è semplicemente un’interpretazione freudiana). 

Da circa un anno, procede piuttosto male ed ho portato avanti due relazioni durature e stabili con Panico e Disagio (senza considerare una rappresentativa liaison lesbo con Ansia). Non starò qui a perdermi nel dettaglio, dal momento che: a) non ne ho voglia b) ho l’acqua che bolle c) non voglio elargire solitudine e tristezza, in quantità eccessiva.

Mi è sempre piaciuto mettermi alla prova, impelagandomi in situazioni difficili e l’aver scelto un liceo classico ne è la prova palese. Mi è sempre piaciuto, eppure, tutta questa situation de merde si discosta totalmente dal concetto di “difficoltà” o “mettere alla prova”, e fondamentalmente si avvicina al concetto di “inferno”, che noi chiameremo pasta e zucchine (la cosa che più odio al mondo). 

In un anno, sono entrata in contatto con una quantità spropositata di beceri idioti e persone perfette per le quali non ero abbastanza. In futuro mi soffermerò sul concetto di abbastanza, visto che mi sta particolarmente a cuore.  In un anno, mi sono sentita inferiore ad ogni essere vivente, persino a Mr. Brown aka Carlo Conti e questo è davvero devastante.

Nel momento in cui capisci che la tua persona vale davvero poco, meno di un cinquantenne lampadato con il sogno di entrare a far parte di una comunità nigeriana (no, ripeto, non sono razzista, sono solo riflessioni ironiche sulla nostra società multietnica), ecco, in quel momento, riesci comprendere fino in fondo che c’è qualcosa che non va nella tua vita e che devi agire per cambiare.

Step 2. La Presa Di Coscienza

La voglia di stare bene era tanta e portò ad uno studio matto e disperato delle norme comportamentali di cui una persona x deve tenere in considerazione per diventare socialmente accettabile ed universalmente amabile. 

Mi addentrai nel labirinto british e puramente micciano (vedi: Carla Gozzi ed Enzo Miccio, directly from Real Time) del bon ton e provai a mangiare di meno e, soprattutto, a non mangiare le unghie; mi diedi alle letture sulla psicologia, accantonando per un istante i miei carissimi mattoni russi (poco apprezzati dai tizi a cui indirizzo tutto il mio sole, cuore, amore); mi cimentai in un’attenta analisi dei bisogni degli uomini, volendo diventare, dunque, la ragazza perfetta.

Bene, avevo tralasciato un piccolissimo particolare: gli uomini non sanno quello che voglio e se, un giorno lontano (quando Madonna smetterà di cantare ed andrà a fare l’uncinetto), tutto questo cambierà, beh.. Io non rientrerò nei loro standard, o sarò semplicemente troppo impegnata a servire zoticoni obesi, in una tavola calda del Connecticut. 

Io non rientro negli standard di nessuno: parlo troppo, piango troppo, penso troppo (soprattutto l’ultimo punto rappresenta un problema per i più).

Dopo aver compreso il problema alla base dei miei fallimentari rapporti interpersonali e non, una semplice presa di coscienza non basta.

Step 3. Diamoci un taglio

No, alla base di tutto ciò non c’è una qualche inclinazione suicida (forse), semplicemente, una volontà lancinante di cambiare. 

Voglio darci un taglio, in senso letterale, in quanto oggi mi taglierò i capelli.

Voglio darci un taglio, in senso figurato, in quanto voglio smetterla di inseguire  falsi ideali e falsi miti. La persona perfetta, primo falso mito. Un uomo che ti ami incondizionatamente, secondo falso mito. Le diete Sobrino (magri come un grissino), terzo falso mito. 

Diamoci un taglio. Le persone vanno e vengono, sono aerei. Chi resta? Gli esattori fiscali. 

E per concludere, una citazione tratta da una serie tv carinissima che ho finito di vedere proprio oggi (24 episodi in due giorni, follia): 2 broke girls.

“Io non piango, ho venduto i miei dotti lacrimali ad una banca degli organi, due anni fa”